
27/9/2005
Lo Stagno di Fuoco
Quando gli amici mi hanno regalato Lo Stagno di Fuoco di Daniele Nadir (Sperling & Kupfer, 781 pp., 18.00 €) la prima cosa che ho pensato è che sarebbe stato dura finirlo: sono più di 700 pagine. L'impresa avrebbe richiesto concentrazione ed impegno e chissà quante volte sarei stato tentato, pensavo, dalla voglia di lasciar perdere e di leggere altro.
Sbagliato. I libri non vanno giudicati dalla copertina, e neppure dalla loro mole. Ci sono cose che per essere raccontate hanno bisogno di tempo e al racconto dei giorni successivi al Giudizio Universale sicuramente non basta dedicare un centinaio di paginette.
Utilizzando il link sul sito del libro (www.stagnodifuoco.com) dove tra le altre cose potete trovare gustosi estratti dell'opera e delle tante illustrazioni (opera di Mattia Ottolini) che arricchiscono il romanzo, ho raggiunto Daniele e gli ho posto alcune domande sulla scelta del tema e sulle sue influenze letterarie.
Il Giudizio Universale non è certamente un tema consueto: quali motivazioni ti hanno spinto a trattare un argomento simile?
Il la di questa storia è stata una domanda: “Cosa accadrà dopo il Giorno del Giudizio?” Ma per quanto le cose, rispondendo, si siano complicate, il perché di questa domanda è in una conversazione avuta con un amico, Flavio, anni fa. Lui era convinto che ambientare una storia moderna all’Inferno non sarebbe stato male (cosa di cui gli sarò sempre grato) e, parlando, mi sono reso conto che la mia curiosità di scettico è sempre stata rivolta al passato, agli Inizi. Quei discorsi, sai, in cui ognuno fantastica su entità fisiche e spirituali saltando dal Big Bang a una dozzina di credi assortiti, ormai fusi assieme, troppo personali per essere riconoscibili. Ma che si tratti di un Dio imponente o di uno Stephen Hawkins benevolo, spesso ci si arena inventando un prima e un prima del prima, un’origine accettabile al tempo se non all’anima delle cose.
Riguardo alla Fine, è ben più diffusa una sana e realistica preoccupazione per i destini del mondo in un futuro imminente: ecologia, guerre e disastri assortiti. Fantasticare su scala cosmica è meno incisivo ma per quanto bizzarro, quasi tutti, credenti o meno, hanno presente il Giorno del Giudizio.
È un mito, d’accordo, poco più del vetusto duo Adamo-ed-Eva, ma è ben più radicato nel nostro immaginario di teorie vaghe (che nessuno ricorda bene) su un universo che virerà verso spettri di luce blu contraendosi su se stesso fra un tottilione di anni, più o meno. Il Giudizio, è semplice e diretto e nel mio romanzo avviene oggi. I morti risorgono, protagonisti e comparsi, dagli uomini scimmia in poi… e Dio arriva come un piccolo Sole splendente, a bassa quota. Il punto di vista è quello di Sara, una giovane maestra, che vede i buoni ascendere e i più sprofondare, chi non è puro, all’Inferno. E poi? C’è sempre un è poi?, a cercarlo, e questo mi è sembrato interessante. I tempi biblici sono finiti, ogni cosa è compiuta e Dio ascende in cielo, coi puri. Sara lo osserva scomparire e rimane sola, in un mondo vuoto.
Lo Stagno di Fuoco (come viene chiamato l’Inferno nell’Apocalisse di Giovanni) è la storia di Sara e di chi è rimasto, dopo il Giudizio, chi Dio ha abbandonato.
Bisogna avere un certo immaginario, un background di letture, romanzesche o fumettistiche che siano, per arrivare a costruire una "macchina potente" come Lo Stagno…
Questa storia deve molto a fonti estremamente diverse fra loro. Prima di tutto il Giorno del Giudizio mi ha messo a disposizione tutta l’umanità (o quasi) e uno scenario, l’Inferno, decisamente intenso.
Dopo il Giudizio Sara incontra altri superstiti e dopo un esordio in superficie fra la Sacra di San Michele, Damasco e Gerusalemme, la storia dei protagonisti diviene una nuova discesa agli inferi in un aldilà legato a ciò che abbiamo vissuto o immaginato in epoche e luoghi molto diversi. Si tratta di un immaginario non solo cristiano, ma più che narrare di bizzare mitologie politeiste ho preferito dare un taglio quanto più possibile realistico a un contesto di per sé fantastico. Per farlo sono ricorso alla storia, ad episodi epocali o misconosciuti, così grandiosi da trascendere (a mio parere) la loro epoca. E, tornando alle fonti del romanzo, in questo scenario è confluita molta parte di ciò che mi ha appassionato. Storia, mito e invenzione letteraria sono stati messi allo stesso livello in quello che prima di tutto è un romanzo d'avventura e d’amore, ma che è anche una storia corale sul raccontare.
Questa prospettiva, come hai notato, è dovuta tanto a ricerche religiose e storiche, quanto ai romanzi e ai fumetti che mi hanno cresciuto. Da una parte la Crociata dei Bambini, la corte di Luigi XIII, gli odradek russi, la Battaglia della Merda o la borsa americana di fine ottocento e dall’altra le pagine di Vonnegut, Levin, Golding, King, Simmons, Gaiman, DeLillo, Alan (e Christoper) Moore e tanti altri che con reverente imbarazzo ho citato nei ringraziamenti.
Le mie conoscenze sull'Inferno si limitano, come quelle di molti, all'interpretazione allegorica che degli inferi ha dato Dante nella Divina Commedia. Non mi ricordo di aver trovato in essa qualcosa di simile all'albero infernale: quello che nello Stagno di Fuoco descrivevi come "il Saggin". Dove hai trovato questo mito? È una tua invenzione oppure ci sono antecedenti?
Il Saggin viene citato nel settimo inferno maomettano e l’idea di un albero infernale è presente nel misticismo di diverse tradizioni (compresa quella cristiana), spesso in opposizione a un albero con le radici rivolte verso il cielo. Il mio Saggin deve ai suoi predecessori solo il nome e una suggestione di fondo ma è stato liberamente ricreato in un contesto nuovo.
I dannati trovano nella lotta l'unica possibilità di riscatto, se non agli occhi del Signore, almeno ai propri. Il finale è in un certo senso un nuovo inizio per l'umanità. Hai mai pensato a finali alternativi e più cupi e negativi?
No. Ne Lo Stagno di Fuoco gli impuri, gran parte dell’umanità, si rivoltano a un’eternità di tortura. Passioni e paure elementari vengono fatte scontrare frontalmente con la trascendenza in un contesto orrendo come quello infernale. In quest’incubo persistente la lotta degli sconfitti porta in sé una tenacia e una pietà semplici, del tutto umane. Il mio è un Inferno cupo, necessariamente, ma tutt’altro che nichilista.
6/9/2005
lago di garda
Settembre avanza. Arriva la pioggia. Finalmente si dorme con una copertina sul letto. Mi son pure preso l'influenza. Voilà: gli ultimi scampoli d'estate hanno già il sapore giallognolo dell'autunno. Che fare?
Lasciare che tutto vada avanti, nella speranza che i weekend siano caritatevoli e ci regalino ancora un po' di sole, come è stato per domenica scorsa, quando con Claudia ci siamo lanciati in una eroica scarpinata sulla riva bresciana del Lago di Garda.
Le viste sul lago, che verso le 11 si popola di windsurf e barche a vela sono spettacolari, e durante l'inverno, col cielo terso e senza foschia, immagino che lo sguardo si possa spingere giù verso Desenzano.
curiosamente su questo sito ho trovato le due gite che abbiamo fatto