18/8/2009

L'uomo che scala, Andrea Gobetti

Ho appena terminato la lettura di L'uomo che scala di Andrea Gobetti, vecchio anarco-speleo-climber dotato di una verve, di un'animo polemico e di una passione per l'alcol ben superiori alle sue capacità arrampicatorie. È una raccolta di scritti apparsi su Roc, il suplemento della Rivista della Montagna dedicato all'arrampicata che uscì per qualche tempo durante gli anni '80.

Tra un'intervista a Patrick Berhault ed una a Mauro Corona si trovano riflessioni sul significato dell'arrampicata libera e su quello del libero arrampicare, ben più vicino allo spirito del corrosivo redattore del fu Roc. Talvolta la lettura mi ha un po' infastidito: tutto questo passatismo, questo Ah, i bei tempi quando eravamo duri e puri, ma alla fine tutto sommato non si può che provare simpatia e concordare sul fatto che le gare di free climbing sono delle puttanate, che le gare di scialpinismo sono ancora peggio, che gli sponsor ed i soldi riescono a rovinare la maggior parte delle persone che ad essi si avvicinano e a trosformali in burattini oppure in avidi succhiasangue.

Mi ricordo uno scritto di Giampiero Motti (roba di fine anni 70 inizio 80, credo) in cui diceva che forse un giorno si sarebbe andati ad arrampicare come ora si va a giocare a pallone nei prati con gli amici. Beh per me è sempre stato così. E gli spit della Rocca Sbarua mi hanno permesso di entrare nel mondo del verticale. I tanto denigrati spit che sicuramente Gobetti non apprezzerebbe, ché senza la paura del volo l'arrampicata perde gran parte della capacità di farti guardare dentro e di metterti davanti alle tue debolezze ed ai tuoi dubbi.

Eppure senza gli spit io non credo che ci avrei mai provato. Grazie a loro ho capito che il quarto grado è alla portata di tutti, basta pensare ai movimenti e non alle cadute. A forza di fare mi sono addirittura reso conto che spesso vado meglio da primo: penso di più, controllo meglio il gesto.

Ed alla fine proprio quest'estate ripartirò da zero sulle grandi normali del gruppo del Civetta. Gradi bassi (I, II, qualche passo di III), ma tutto da proteggere, da capire ed anche un po' (ma poco poco) da rischiare. Lontano dal casino delle falesie, dalle smanie competitive, dai fisici palestrati e dal resto del mondo.

Insomma credo che forse anche Gobetti apprezzerebbe lo spirito di tanti scalatori della domenica (ma non tutte le domeniche, neh? Ché ci sono anche la moglie, i figli, ecc. ecc.). Lo si fa per stare insieme. Per farsi un bicchiere a fine salita. Niente da dimostrare né da conquistare. Lo si fa per godere del gesto, inutile e gratuito come solo può esserlo quello di salire su una montagna su cui sono saliti tanti e tanti altri saliranno.

PS: le illustrazione di Paolo Cossi sono veramente adatte e tutte da ridere.

lascia un commento>>

6/8/2009

Montagna assassina

In montagna si muore e quest'estate l'impressione è che si stia morendo anche più del solito.

Di primo acchito penso che se ne dia troppo risalto e quindi la cronaca dettagliata dei tragici eventi mi irrita. Mi pare una speculazione sul dolore delle famiglie. Poi mi calmo e riconosco che il morto in montagna fa notizia perché è uno che è andato a morire per scelta, per passione e per divertimento. Tralasciando le guide, che lo fanno per lavoro e quindi esulano dal mio discorso, nessuno viene costretto ad andare in montagna oppure ci guadagna. Andare in montagna, al contrario, costa soldi (materiali, pernottamenti, trasferimenti ed eventualmente guide) e soprattutto tanta fatica. In montagna, soprattutto a 4000 metri ci stanca tantissimo.

Il tornaconto di tutto questo è quasi sempre un panorama mozzafiato ma soprattutto la sensazione di avercela fatta. Di aver portato con le proprie forze il proprio corpo lassù, dove da anni si sognava di arrivare. Per chi non è ammalato di montagna tutto sommato deve sembrare una cosa che non vale la pena. Un grande alpinista d'oltralpe, tanti anni fa, definì gli alpinisti i conquistatori dell'inutile ed è difficile dargli torto. A maggior ragione mi rendo conto che l'attenzione mediatica possa interessarsi a chi muore per conquistare l'inutile anche più di quanto le necessità della cronaca possano richiedere.

Il numero di praticanti è veramente grande, soprattutto i normali escursionisti, ovvero chi non scala, sono una quantità enorme in tutte le fasce di età. Ma ad occhio mi sembrano sempre più attempati di me, i giovani preferiscono rischiare la vita in altri modi, meno faticosi e più gratificanti per l'ego. Insomma, sarebbe interessante sapere se la percentuale degli incidenti mortali tra gli esursionisti è maggiore o minore di quella tra gli automobilisti o tra gli operai addetti ai ponteggi.

Eppure il morto in macchina mentre andava al lavoro o l'operaio che finisce i suoi giorni cadendo da un ponteggio non beneficiano mai di servizi a tutta pagina che in questi giorni hanno riservato alle vittime della montagna.

Commenti

Old John (8/7/2009)

Notizie, notizie, oggi giovedì 6 agosto a 100 anni e 7 mesi è anche morto Riccardo Cassin sarebbe da prima pagina la sua storia per comprendere come interpretare la vita. Sempre buona montagna a te Paolo, a Claudia e alla vostra figlioletta.

lascia un commento>>