
30/8/2003
Bivacco Balzola (3477 mt)
Ormai il ritardo è un'abitudine. Mea culpa. Così siamo già a metà settembre ed io vi vado a raccontare il nostro tentativo di ascensione della Grivola (Parco del Gran Paradiso AO) del 30 e 31 agosto.
Per un resoconto dintettagliato vi rimando subito su http://www.zeroincondotta.it[...] dove Giovanni ha descritto con ricchezza di particolari e soprattutto con tempestività (lui sì) tutta la gita.
Io vorrei solo dira ancora qualcosa sulla notte trascorsa al Bivacco Balzola.
Arriviamo lassù dopo aver aver attraversato il ghiacciaio della Trajo, molto ben conservato grazie alla sua posizione nord. La cima della Grivola è completamente nascosta dalle nubi. Speriamo per domani. A tratti il vento ci sbuffa addosso un po' di neve.
Risaliamo per sfasciumi prima e poi per rocce fino al Bivacco, che sta quasi in equilibrio sul colle delle Clochettes in posizione incredibile: stando sulla porta si ha di fronte la Grivola e la sua cresta, a sinistra lo sguardo spazia verso la Tersiva, la finestra di Champorcher, la torre Lavina; a destra il Gran Nomenon domina con le sue forme spettacolari e poi, nascosta laggiù dietro le nuvole, la mole del Bianco, di cui si intravede solo la base.
Rinfrancate le membra con i beveroni caldi preparati grazie al fornelletto bruciatutto di Francesco, ci chiudiamo nel bivacco e ci predisponiamo ad affrontare la notte. Il bivacco è una semibotte appoggiata al suolo, nel suo punto più alto misura 1,60 mt; ed è lungo al massimo 2mt. L'unico modo per starci in 4 è tirare giù le brande e sdraiarsi in attesa che sopraggiunga il sonno.
Ci infiliamo sotto le coperte completamente vestiti. Trenta centimetri sopra il mio naso Francesco cerca di trovare una posizione che gli permetta di stare un po' comodo. L'unica è stare completamente fermi: se rimani scoperto il recupero delle coperte può risultare quasi impossibilitato dal ridotto spazio di manovra.
Fuori intanto il vento spazza la cresta e deposita neve un po' qui e un po' là, il bivacco all'interno risuona delle sferzate che infligge alla superficie di lamiera. Ogni tanto appoggio il piede (ricoperto da doppio calzettone di lana) contro la parete: trema tutto.
Mi addormento. Quando mi risveglio saranno le 4. Fuori l'orchestra suona ancora a pieno ritmo. Ho la testa ed il collo che mi fanno un male cane per il freddo. Un piede mi è uscito da sotto la coperta: è di ghiaccio. Con qualche manovra di gamba riesco a rimetterlo sotto qualche lembo di coperta. Ma la testa è un vero problema: la avvolgo nella giacca a vento, lasciando solo uno spiraglio per respirare.
L'indomani Francesco controllerà sul suo termometro da polso. Abbiamo dormito con 5°. La sera prima in camera mia ce n'erano 31. La sera dopo, fortunatamente, ce ne saranno altrettanti.
Durante
la notte penso più volte alla casetta sballottata dal vento
de La febbre dell'oro. Immagino l'eventualità di rimanere
bloccati quassù: dopo quanti giorni inizieremo a vederci
l'un l'altro sotto forma di polli e tacchini? Per fortuna il mio
stomaco è ancora sazio del salame di Giovanni, delle gallette,
della toma e delle altre delizie che ci siamo portati dietro. .
Al mattino Giovanni è il primo a saltare giù dalla branda e a constatare quanto già tutti sapevamo a giudicare dalla sinfonia notturna: la cresta non è fattibile. Pazienza. La cosa che più mi preoccupa è la prospettiva di dover riattraversare il ghiacciaio in mezzo alla nebbia. Usciamo nel vento.
Andrea e Francesco predispongono una doppia. Scende Francesco per primo, poi Giovanni. Quando tocca a me, nonostante la danzetta che ho seguitato a fare per tutto il tempo, non sento più mani e piedi. Ottimo!

In realtà tutto fila liscio: quando arriviamo al ghiacciaio le nuvole salgono verso la vetta e ci lasciano via libera. Ci prendiamo il tempo per qualche foto, per salutare la Grivola e prometterle di ritornare.
Quando ritorniamo alla civiltà (Cogne), fa un bel caldo e stiamo senza maglia a goderci il sole. Sembra incredibile dopo la notte che abbiamo passato lassù al bivacco Balzola.
http://www.zeroincondotta.it[...]
26/8/2003
Sampras goodbye
Pete Sampras lascia il tennis. Precisamente l'ha lasciato lunedì scorso. Cosa c'è di strano, è nato nel 1971. A 32 anni nello sport di oggi sei vecchio.
Il suo abbandono mi riporta indietro con la memoria ad un altra epoca della mia vita. Quando studiavo per gli esami dell'università. Il tennis è ottimo per studiare. Lo segui un po' sì e un po' no. Se senti che il pubblico si esalta, butti un'occhio; se no ti lasci ipnotizzare dal toc toc ritmico degli scambi.
E così Sweet Pete serviva aces ed intanto io studiavo. Lui se ne stava lì davanti a me, nello schermo della TV, costantemente sintonizzata su tele+ durante Wimbledon oppure gli US open.
Io sottolineavo righe su libri di sociologia oppure di statistica. Lui buttava giù smash da far esplodere le palline. Io alzavo gli occhi al cielo pensando sono indietro, merda, mancano tre giorni. Lui alzava i suoi per vedere dove fosse il sole ed evitarlo sul lancio della pallina oppure per tenere d'occhio i capricci del tempo wimbledoniano.
Io tornavo a casa dalla sessione ed esibivo orgoglioso il libretto a mia mamma. Lui la domenica alzava la coppa e la baciava. Forse qualche volte pure io ho baciato il libretto, ma vi giuro, non c'era amore vero. Forse invece tra Pete ed i trofei sì. Come si lasciavano conquistare facilmente da lui! Tutti tranne uno. Roland Garros, il grande neo. Quante volte l'ho visto abbandonare la terra rossa di Parigi a testa china, col borsone delle racchette sulle spalle e, forse, la consapevolezza che lui re di Parigi non lo sarebbe mai stato.
Ora il tempo per seguirmi i tornei di tennis in TV non ce l'ho più. Lui non c'è più. Ma mi sia concessa un po' di nostalgia per un periodo della mia vita ormai concluso.
Game, set, match...
Commenti
Pape (8/29/2003)
.....leggendo ho quasi provato le tue sensazioni!!
baci
Andreone (9/2/2003)
Un po' come Edberg, forse gli ultimi due che sono riusciti a suscitare qualche emozione
paolo (9/2/2003)
..l'ho seguito dagli inizi,la sua classe al giorno d'oggi non ha eredi..
aluccia (9/2/2003)
potter... cosa ne dici di un bel pezzo (tuo, ovvio) su come riabituarsi al rientro? scusa se occupo lo spazio di sampras ma come sai, di sport come di cucina come di buone maniere ne so poco...
daniela (9/2/2003)
....non me l'aspettavo...hai detto tutto quello che si poteva dire su un grande...
laura (9/3/2003)
Saremo tutti un pò orfani della sua grazia nel giocare...
ci mancherà.
un servizio e discesa a rete alla Sampras a tutti.
Matteo (8/3/2004)
assolutamente grandioso.sarebbe stato stupendo vederlo smashare federer
24/8/2003
Gran Queyron (3061 mt)
La mia latitanza nella scrittura è stata notata, accidenti. Così sopperiscono gli amici, in questo caso Giovanni, che ringrazio di cuore per avermi inviato il resoconto della gita al Gran Queyron che potete leggere qui di seguito. Mi permetto qualche nota in corsivo sparsa qua e là lungo il testo :-)
Gran Queyron (m. 3.061),
Visti gli impegni ludo-enogastronomici del periodo, questa volta
decidiamo per un'unica uscita domenicale.
Mentre il nostro amico Andrea compie solitarie imprese sui Breithorn,
noi puntiamo alla vicina Val Germanasca con la sua terrosa cima
più alta il Grand Queyron.
Tranquillo ritrovo alle 6.30 a Porte, poi si prosegue con la macchina
del nuovo adepto Guido, irretito dal fratello Paolo. (In mancanza
dell'amico Sergio serve qualcuno che lo tenga sotto il torchio,
no?)
L'ultimo tratto di salita in auto per le Miande Bou du Col (m.1742)
è sterrato e la Bravo con alcune modifiche tocca pericolosamente
il supporto di copertura alla coppa dell'olio ma si arriva indenni.
In marcia sul sentiero cerchiamo, più che convincere, di
imporre al nuovo compagno le nostre idee: (Etica, etica!)
Quasi a riprova del purismo, Francesco fa notare che persino il
taglio del sentiero sul quale saliamo può creare lo smottamento
del pendio.
Poco prima del colle Frappier (m. 2891) un bikers scende con estrema
tecnica e perizia calibrando millimetricamnte il sentiero. 4°
Mountain Bike = no motor : OK approvato! (Agile ed elegantissimo
nella discesa! Vista la mia propensione alla caduta dalla due ruote
non azzarderei neppure a pensare una cosa del genere, però
ammiro l'eroe solitario...)
Dal colle si svolta a sinistra per seguire la cresta, ovviamente perdiamo le tracce di sentiero che si mantiene più sul lato Valle Argentiera e quindi guadagniamo la cresta sud facendo provare qualche breve passo di arrampicata a Guido.
Vicino ad una casermetta un gruppo di camosci ci sbarra
la strada, un piccolo rimane isolato 5 metri sotto a Guido, poi
scatta come una molla e a grandi, leggerissimi balzi, raggiunge
la mamma, che lo richiama.
In salita abbiamo incontrato diversi gruppi di cacciatori che stanno
studiando gli appostamenti, tra poco avranno il via libera a sfoltire
il numero di capi sul territorio. (io sfoltirei loro...)
Alle 11.00 siamo in punta.
Buon colpo d'occhio sul Bric Bucie e il Lago Verde,
il Queyras, le montagne del Sestriere mentre a grandi
passi si avvicina una perturbazione.
Decidiamo di scendere scavalcando la Cima Frappier (mt. 3003)
e piegando sul Passo della Longia (m. 2817) per scendere
dal successivo solitario vallone, dal fondo lo osserviamo ma difficilmente
è raggiungibile con gli sci in inverno, troppi pendi slavinosi
lo difendono.
Cincischiamo ancora un po' fino a quando l'acquazzone ci avvolge
con tutta la sua forza.
I fratelli Travers, duri a morire, proseguono in maglietta fino
a Bout du Col, dove smette di piovere e possiamo cambiarci con calma.
Acquistiamo una fetta di Toma serviti da una nonna e dalla bellissima
e svelta nipotina.
A Prali posso offrire birra e paninazzo per festeggiare i
miei 38 anni. (grazie Johnny: ancora auguroni!)
Domani per molti è giornata di reinizio lavoro dopo le Ferie
estive, corre un po' di scoramento, ma abbiamo già mille
idee per faticare in montagna e il sentiero, i camosci, le pietre,
il verde, l'acqua ci oggi per ci bastano per arrivare alla prossima
meta.
A Pinerolo passo ancora dal cimitero a salutare il nostro magister
ludi: Mario. (nell'attesa di onorare la sua memoria con
qualche curvetta sbalorditiva in fresca, grazie ancora, Mario)
Alla prossima, Giovanni.
Guido, mancano solo le tue foto! Mai stato così facile ;-)
18/8/2003
Mongioie (2630 mt)
Con colpevole ritardo metto su il pezzo riguardante la tre giorni del Mongioie (18, 19, 20 agosto 2003), spero in un fine settimana di mal tempo, che mi dia il tempo di mettere su una galleria fotografica decente ;-)
Le Alpi Marittime già nel nome mettono assieme due concetti opposti: le montagne ed il mare. Ed infatti dalle cime il mare dovrebbe vedersi, ma è laggiù, nascosto dalla foschia generata da una delle estati più calde che io ricordi.
Sono tornato da pochi giorni dalla trasferta umbra e la scarpinata all'Uja con Francesco mi ha lasciato un gran desiderio di zaino, sudore, scarponi e salite. Penso e ripenso. Che fare? Dove andare?
Mi contatta Daniela, ha qualche giorno di vacanza e già si trova in Liguria. Non conoscendo la sua prpeparazione alle camminate non oso proporglielo subito, ma la mia testa è già con il ricordo ad una gita in macchina con Fabrizio questa primavera. Siamo sulla strada del Col di Nava diretti ad Imperia e la macchina ha il vetro conciato da schifo. Decidiamo per la sosta alla fontana di Ponte di Nava a riempire una bottiglietta per il lavaggio.
Fabrizio guarda la strada che prosegue oltre la fontana. Il nava è dall'altra parte, ma che ci importa? Oggi abbiamo tempo per gironzolare. Così seguiamo il cartello che indica Viozene. Quando arriviamo Fabrizio ridacchia assistendo al mio entusiasmo: sto col naso spiaccicato al cristallo anteriore e cerco di spingere lo sguardo in su.
Di fronte a noi si allarga un anfiteatro di rocce a picco, non ricordo più quanta neve ci fosse ancora nei prati, la conformazione quasi dolomitica di queste montagne assorbe completamente la mia attenzione e mi lascia a bocca aperta.
Mentre ritorniamo verso Imperia continuo a ripetermi Io qui ci torno, io qui ci torno...
Propongo la cosa a Daniela: è d'accordo, bene! Alta Valle del Tanaro: mi metto a recuperare materiale. Il grosso lo trovo su di un numero della Rivista della montagna, il resto su internet e sul bellissimo volume I grandi spazi delle alpi (grazie amici).
Giorno 1 (18/08/2003)
Ore 11.00, appuntamento al casello di Ceva (TO-SV), da Torino ci arrivo in meno di un'ora. Una rapida spesa al supermercato ed iniziamo a rialsire la valle del Tanaro: destinazione Carnino inferiore (1387 mt.), dove intendo lasciare l'auto ed iniziare l'escursione.
Saliamo piuttosto rapidamente alla Colla di Carnino attraverso una vegetazione rigogliosa. Sentiamo i primi tuoni e le prime gocce di pioggia: incominciamo proprio bene! È questo l'aspetto che temo maggiormente delle alpi marittime: la propensione al temporale. Fortunatamente il vento sgombra il cielo piuttosto alla svelta e per il resto della giornata avremo un bel sole caldo.
Da qui il sentiero attraversa a mezza costa in direzione del Rif. Mongioie, regalandoci delle splendide vedute sulla val Tanaro. Daniela intanto prende familiarità coi bastoncini telescopici da trekking: dopo essere salita per un po' all'ambio scopre la superiorità della tecnica alternata (braccio destro e piede sinistro avanti). La vita riserva scoperte sorprendenti!
Il Rifugio Mongioie si trova al centro di uno spettacolare anfiteatro, costituito dalle pareti verticali che dalla cima del Manco portano via via fino in cima al Mongioie (2630 mt). Arriviamo dopo un paio d'ore di cammino e ci piazziamo a prendere il sole. Domani sarà tutta un'altra cosa.
All'ora di cena alleggeriamo un po' gli zaini: carne in scatola, prosciutto, formaggio passano dai sacchi alle nostre pance. Faccio quattro chiacchiere al rifugio: è un'annata molto secca anche qui, dove di solito le pioggie abbondano. In compenso non sono mancati tanti visitatori al rifugio: un'annata da incorniciare a livello di presenze.
Giorno 2 (19/08/2003)
Dopo una abbondante colazione alle 9.00 lasciamo alle nostre spalle il rifugio (accogliente e ben gestito). Cielo limpido e sole caldo ci accompagnano lungo la salita al Mongioie. Lascio che Daniela passi avanti, ma presto mi rendo conto che lei tirerebbe un ritmo assurdo, da schiattarci in mezz'ora. Chi l'avrebbe detto? La devo rallentare, alla faccia delle Camel light!
L'ultimo tratto è particolarmente ripido. Dalle mie spalle sento partire un "Cassiopea, e meandra!!". Scoppio a ridere. Nel linguaggio personale di Daniela la frase suona come un eh caspita! la vuoi fare qualche curva o vuoi tirare su dritto?
Meandro dopo meandro riusciamo a conquistare la cima. Purtroppo i nuvoloni del mezzogiorno ci negano un panorama che durante l'inverno deve essere eccezionale. Daniela è soddisfatta, stanca ma soddisfatta.
Iniziamo la discesa verso la Gola delle Scaglie. Il pendio è tutto costellato di stelle alpine: è possibile contarle a centinaia. Realizzo che il percorso da me pianificato è più duro di quanto avessi previsto. Mi maledico da solo, ma che si può fare? Ormai siamo a metà della strada. La giornata sembra tenere, non altrettanto si può dire della suola di una delle scarpe di Daniela, che inizia presto a farci ciao ciao. Fortuna che ho un pezzo di spago con me e con un po' di fantasia riusciamo ad inventarci una riparazione di fortuna.
Il peasaggio è sterminato ed il sentiero, che corre lungo le pareti che ieri ammiravamo dal basso, ci mette nelle condizioni migliori per poterlo ammirare. È come camminare su una terrazza di diverse centinaia di metri al ventesimo piano di un palazzo. Non c'è in giro anima viva. Qualche ometto di pietre e qualche segno di vernice ci rassicurano sulla bontà del percorso: il Passo delle Saline non può essere (troppo) lontano. In realtà è più lontano di quanto credessi.
Temo di sentirmi da un momento all'altro un bastoncino da trekking sulla schiena accompagnato da insulti e lamentele assortite. Nulla di tutto ciò. La natura mi è d'aiuto. La caccia alla marmotta ci distrae dalla fatica del cammino, mentre scendiamo dal Passo delle Saline verso il Gias Pra Canton.
Le acque del torrente che solca il piano sono troppo invitanti: pediluvio! L'acqua è gelida: bastano pochi secondi di immersione per anestetizzare completamente i dolori. Qualche minuto e voilà: i piedi? Quali piedi?
Il Rifugio Mondovì si trovva addossato all'imponente parete delle Rocche Biecai. Arriviamo mentre le luci del tardo pomeriggio iniziano a tingerle di colori caldi. La temperatura comincia a rinfrescarsi. Scopro, non senza un po' di orrore, che la strada che corre verso nord e porta fino a Rastello è percorrebile in automobile. Ma per fortuna della magia del luogo, stasera c'è solo un gruppo di cavalieri che ha deciso di raggiungere il rifugio. Lo scalpiccio dei cavalli e l'aspetto rustico del rifugio ci fanno dubitare che da qualche parte esista ancora quella cosa che chiamiamo civiltà. Che goduria!
Dopo la solita cena parca a base di scatolame, attendiamo l'oscurità facendo quattro passi nei dintorni del rifugio. In cielo si accendono le prime stelle. Ma il freddo e la stanchezza non impiegano troppo tempo ad avere ragione delle nostre palpebre. 'Notte, 'notte.
Giorno 3 (20/08/2003)
Il sole ci accoglie con la solita e sgargiante allegria agostana. Sono solo le nove, ma già picchia duro.
Daniela sale a denti stretti: i pedi, dopo due giorni di trattamento, cominciano a farle male. Come d'abitudine non molla e non perde le staffe, neppure quando, attraversando la conca del lago Biecai (prosciugato), perdo il sentiero, ingannato da una traccia che porta...da nessuna parte. Risaliamo per rocce e ritroviamo la retta via.
Le nuvole, come d'abitudine, non tardano ad arrivare. Ma fortunatamente il Colle del Pas è pittosto vicino. Alla nostra sinistra una mandria pascola pacifica, alla destra ogni tanto si intravede qualche spuntone di roccia del Marguareis.
Raggiungiamo il colle del Pas ed iniziamo la discesa verso il passo delle Mastrelle. Provo ad immaginare questi posti sepolti dalla neve, mi pacerebbe provare a salire la Cima delle Saline con gli sci, ma so che sarà dura convincere gli amici a venire fin qua giù a spingere le assi.
Dal passo delle Mastrelle il sentiero letteralmente precipita sulla valle sottostante. È un valle stretta e boscosa, che sulla destra si strozza nella stretta Gola della Chiusetta ed a sinistra invece porta giù fino a Carnino. La discesa è un faticoso susseguirsi di tornantini su di un fondo piutosto sdrucciolevole. Forza. Bisogna stringere i denti e darsi una mossa. I tuoni si fanno sentire in lontananza, ma a giudicare da come corrono i nuvoloni neri su in cielo, non ci metteranno molto ad arrivare con il loro carico d'acqua.
Finalmente raggiungiamo il fondo della valle ed iniziamo la bella e quasi pianeggiante passeggiata in mezzo al fitto bosco che conduce a Carnino. Ai lati del sentiero qualche bel fiore (credo di colchico) ci saluta ed allieta con dolci tonalità di rosa il nostro cammino. Daniela soffre, ma stoicamente tiene un buon ritmo. Arriviamo a Carnino superiore: come in molti psaesi di montagna è possibile trovare, gli uni accanto agli altri, ruderi e casette perfettamente ricostruite. Sono le due, ma è praticamente buio. In pochi minuti siamo alla macchina. Ce l'abbiamo fatta senza bagnarci. Siamo euforici. La stanchezza di due giorni di cammino si sente, ma che posti, che paesaggi. Ci siamo meritati una super birra! Partiamo sulla quattro ruote diretti a Viozene, tempo due curve ed il cielo si apre ed inizia la pioggia.
Andiamo in un bar e ci facciamo preparare due paninoni e servire due birre, fuori la pioggia scroscia sul prato antistante al bar. È finita. La soddisfazione per l'impresa compiuta si tinge un po' del colore della malinconia. Bisogna abbandonare i monti e tornare verso la città. Siamo tornati nella civiltà, tanto vale accendere i telefonini e comunicare la nostra posizione ad amici e parenti. Daniela in pochi secondi si trova a dover fronteggiare un bel po' di grattacapi recapitati via sms, mi guarda scrollando il capo: "ma torniamo indietro!" Già, tornare indietro. Sarebbe un'idea.
Sarebbe un'idea.
Commenti
Daniela alias Pape (9/8/2003)
....come protagonista di questa meravigliosa avventura non posso che ringraziare il mio amico Paolo per avermi fatto vivere tre giorni da favola.....
Gio (9/9/2003)
Il bello è che la favola si può ripetere si può ritornare indietro ogni volta che, diciamolo, vogliamo.
O meglio, si può sviluppare ogni volta un’idea nuova per ritrovare il caro infinito che la montagna ci offre.
Alla prossima. Giovanni
14/8/2003
Uja di Mondrone (2964 mt)
L'Uja di Mondrone (domina Mondrone, paesino dell'alta val d'Ala di Lanzo (TO)) è una cima che, nella storia alpinistica della mia famiglia, ricopre un ruolo di particolare importanza. I miei nonni, con mio papà bambino e poi giovane, trascorsero molte villeggiature estive in alta val d'Ala.
Mio papà progettò tre volte la salita all'Uja e tre volte dovette rinunciare per il mal tempo, l'ultima di queste pianse per la rabbia e per la frustrazione.
Mio nonno, invece, durante un'annata di bel tempo, salì la cima tre volte in un mese, giusto per tenersi in forma! Ci portò in cima pure la nonna, ma trovarono dei bei problemi a scendere a causa del maltempo.
In effetti la salita dalla via normale non presenta difficoltà particolari, eccezion fatta per qualche piccolo passo di arrampicata. I veri problemi possono derivare dalla nebbia, che rende difficile l'individuazione dei canaloni giusti per la discesa.
Sono tornato dall'Umbria da un giorno e già mi prudono le gambe. Contatto Francesco nella speranza che sia già tornato dalla Turchia. Il numero da lei chiamato non è al momento raggiungibile... uff. Sarà ancora via... mi sento un po' solo e scoraggiato.

Dopo qualche ora mi richiama, aveva solo il telefono spento perché era a casa: che facciamo domani? Ti va l'Uja? Se mi va l'Uja? Certo che mi va!
Metto la sveglia per le 5.00 del giorno dopo, ma lle 4.30 sono già sveglio per il caldo... tanto meglio, farò un po' di colazione. Arrivo a casa di Francesco alle 5.30. Pioviggina. Azz. Speriamo in bene.
Già durante la salita verso Lanzo il tempo migliora, la figura appuntita dell'Uja (il Cervino della val d'Ala) si staglia nel cielo del mattino con un'ombra nitida e nera. Alle 7.00 lasciamo l'auto all'abitato di Molette e ci mettiamo sul sentiero. Durante la salita ci raccontiamo delle belle esperienze vissute durante queste vacanze e maciniamo la salita a gran velocità senza quasi accorgercene. Da parte sua il sentiero sale con una ripidità continua e sostenuta. Superiamo presto l'Alpe pian Bosch, mezzo sepolta dalle ortiche.
Le descizioni in nostro possesso discordano l'una dall'altra. Sul fianco sud est della montagna abbondano ometti di pietre e tracce di vario colore, addirittura verde fluo, che ribattezziamo quelle dell'evidenziatore. La nostra impressione è che ognuno abbia detto la sua su quale sia il percorso ideale, ma è anche vero che questa abbondanza di tracce può creare confusione ed indurre ad ingannevoli zigzag. Incontriamo un gruppetto di camosci con cuccioli al seguito, che si portano agili a distanza di sicurezza da noi. Il tempo è dalla nostra, le gambe, nonostante i vizi vacanzieri, anche. In tre ore siamo in cima: non male considerando i 1.500 metri di dislivello!
Guardo Francesco suonare la campana in cima, poi la suono anch'io. Dan dan. Dan dan. Siamo quassù, sveglia! Il mondo là sotto pare ancora addormentato. Le nuvole ad est ci nascondono il sole ed è un vero peccato: l'Uja è un punto panoramico eccezionale sulla testata delle valli di Lanzo e la mancanza di sole trasforma le belle cime che ci circondano in sagome scure e dalle forme vaghe. Bessanese, Cimarella, Levanne mi ricordano che aspettano ancora una mia visita. Rivolgo loro un a presto, poi scendiamo. Mentre trotterelliamo lungo la discesa mi trovo addosso Francesco che, pochi passa davnti a me, ha ingranato una repentina retromarcia. Capisco al volo, lo prendo per le spalle e lo tiro verso di me, in tempo per vedere la coda della vipera che striscia via dal sentiero a trovare rifugio nel prato vicino. Occhi aperti! Un incontro raro, ma che ci ricorda che lo sguardo deve sempre essere tre passi avanti.
Alle 15.00 sono a casa. Racconto i dettagli della gita a mio papà: l'Uja di Mondrone, con lui così ostica, si è concessa a me con facilità. Spero che si senta almeno in parte risarcito.
Commenti
claudio (10/4/2003)
Dal responsabile del sito del paese di Mondrone -da cui l'omonima Uia di ..... , e da chi ha salito la relativa montagna ben 22 volte dalla normale,sono contento che la gita sia stata veloce,facile e soddisfacente.
L'Uia è sempre una bella montagna,e con il rispetto che si deve relativamente facile(tranne incappare in una discesa con pioggia battente),altrettanto belle sono le salite alla Ciamarella,piccola Ciamarella,Chalanson,Albaron e Bessanese.Spero che l'autore dell'articolo possa presto cimentarsi in tali salite.Il sito è www.mondrone.3000.it
Saluti e a risentirci
claudio (11/7/2007)
solo per ricordare che il sito di Mondrone, ove vi è lo storico delle salite all'Uia è diventato www.mondrone.it
13/8/2003
Tra Marche ed Umbria
Finalmente riesco a vincere la mia ritrosia nei confronti dei viaggi e realizzo un sogno che cullavo da tempo. Vado da Fnac e compro il biglietto per le due serate di Frequenze Disturbate, festival rock dal cartellone sempre interessante che si svolge, quest'anno, nelle serate del 7 e dell' 8 agosto alla Fortezza Albornoz di Urbino.
Il biglietto funge da pretesto. Non l'avessi avuto fra le mani credo che anche quest'anno avrei preferito fare corse su per le nostre montagne. Ma per fortuna questa volta l'indole del bogia nen ha la peggio, ed alle 18 di mercoledì 6 sono sulla Lancia Y di mio padre e mi dirigo verso le autostrade. La destinazione è Perugia, da cui mi separano 550 km circa. La macchina è sprovvista di autoradio, ma c'è l'aria condizionata, e con una temperatura esterna di circa 38° preferisco che sia così. Mi tengo compagnia canticchiando.
L'aspetto più curioso è che là, ad attendermi, c'è Daniela, una ragazza che quasi non conosco; o meglio, che conosco un pochino per aver chiacchierato con lei via chat, dopo esserci visti una volta a casa di Andrea. Sapute le mie intenzioni di viaggio mi ha subito invitato a passarla a trovare. Troverò presso di lei un'ospitalità generosa, che mi metterà talvolta quasi in imbarazzo: mi manda sempre un po' in difficoltà vedere la gente che si fa in quattro per me.
Nella mattinata successiva mi faccio un giro di Perugia sotto un sole africano. Frotte di turisti vanno avanti e indietro: mi ci mescolo allegramente e, con l'aiuto della guida del touring, gioco con la fantasia ad andare indietro nel tempo fino al medioevo, mentre risalgo i vicoli che si inerpicano verso la centrale p.zza IV novembre, dominata dalla splendida Fontana Maggiore.
Nel pomeriggio parto diretto ad Urbino per la prima serata del festival. Durante questo trasferimento inizio a rendermi conto di quale barriera formidabile sia l'Appennino che separa l'Umbria dalle Marche. Strade strette, tornanti: se trovi un camion oppure un trattore devi avere pazienza e cogliere l'attimo giusto per sorpassare. Le colline nei dintorni di Perugia lasciano presto spazio, nella zona di Gubbio, ad alture più pronunciate, i cui fianchi sono mangiati dai macchinari al lavoro nelle cave a cielo aperto.
Progettavo di arrivare ad Urbino in tempo per andare alle informazioni turistiche e trovarmi una sistamazione per la notte, ma arrivo tardi, l'ufficio è già chiuso ed il gran vivavai di gente mi convince che in città sia tutto esaurito. Pazienza, dormirò in macchina oppure in qualche prato, oppure bighellonerò per tutta la notte... ancora non so. Sono decisamente contagiato dall'atmosfera supergiovanile che si respira nel parco dove è stato costruito il palco. Mi sdraio nel prato ad origliare le conversazioni del popolo dei festival e trovo anche il tempo di fare un pisolino.
Quando iniziano i concerti mi porto in zona palco e lì, sorpresona, trovo due amici di Torino! Davide e Enrico sono in compagnia di Francesco, un ragazzo che non vedevo da un bel po' ma che sapevo aver aperto un agriturismo (www.foglie.com) in Umbria. Quattro chiacchiere e mi trovo invitato a passare la notte da lui. L'ospitalità umbra è seconda solo alla mia fortuna sfacciata!
I ricordi del resto della serata si perdono, soprattutto a causa del vino e delle birre. I mancuniani I am kloot si danno da fare per divertire il pubblico, con buoni risultati,ma il grosso del pubblico è qui per Beck, che non deluderà le attese, proponendo un concerto spettacolare (da yankee) e piuttosto tirato, anche nell'esecuzione dei brani dell'ultimo e un po' troppo introspettivo sea changes. Quando poi attacca Looser è come fare un salto indietro di una decina d'anni: soy un perdedor, i'm a looser baby, so why don't you kill me? Guardo Davide ridendo e mi lancio a squarciagola nel ritornello. Chi l'avrebbe mai detto allora? A 30 anni ad Urbino a cantare Looser... mah!
Al mattino mi sveglio in una stanza da principe con un bel cerchio alla testa: bravo fesso sei proprio tornato ventenne in tutto! Mi faccio due passi intorno a questa splendida casa e faccio la conoscenza di Bella e Balù, i due simpatici e giocherolloni cani di Francesco. Gli altri stanno ancora dormendo. Il sole, già rovente, infuoca il panorama , dominato dalla mole del Monte Catria. È vero che per un piemontese, assuefatto ai 3000, dal punto di vista dell'altitudine queste sono null'altro che collinette, ma per fortuna le emozioni non si misurano in metri sul livello del mare. Il paesaggio è ricco, e l'occhio gode a perdersi su queste alture.
Quando il resto della banda si sveglia, ci spingiamo fino a Gubbio, cittadina quasi agganciata al pendio in splendida posizione panoramica. Saliamo alla Piazza della Signoria a goderci il panorama e poi bighelloniamo per i giardini nei pressi del Palazzo ducale.
Nel pomeriggio saluto gli amici e mi appresto ad un altro passamano: mi dirigo verso la Smirra, dove ho appuntamento con Virginia. Ho sempre qualche amico che si prende cura di me. La sensazione di amicizia e di calore che mi accompagna in questo mio giretto per il centro Italia è forte e molto piacevole.
In serata ci raggiunge Daniela e torniamo ad Urbino per la seconda serata di Frequenze. Arriviamo tardi. I Broadcast hanno già finito il loro show. Sento alcuni loro brani mentre sono in coda per la crescia e la birra. Pazienza. Riesco a sentire i La Crus, di cui non sono mai stato un tifoso accanito, e devo dire che dal vivo sono meglio di quanto credessi. Infine i Notwist, bravi ma un po' troppo freddini.
I due giorni successivi passano tra un bagno al fiume, una crescia, una birra ed infinite ore spese in chiacchiere. Virginia è la guida ufficiale della zona e conosce degli anfratti lungo il corso del Bosso e del Burano (correggimi se sbaglio, Virgì) molto carini. Le acque del secondo sono oltremodo gelide: gruppi di giovani coraggiosi si buttano dalle rocce giù dentro le pozze più profonde. Io, conscio delle mie limitate capacità natatorie (moolto limitate), mi limito a rapide e refrigeranti passeggiate nei tratti più tranquilli.
Sabato notte saliamo in auto al Monte Petrano (1100 mt circa): l'aria è incredibilmente tiepida, la luna annega nei suoi ultimi bagliori rossastri ad ovest mentre le stelle, non più infastidite, rilucono a migliaia. Ci piazziamo in un prato e stiamo in attese di qualche cadente, che non tarda ad arrivare. Rientriamo che è quasi mattino e durante la discesa mi prendo qualche anticipo di sonno.
Domenica sera si rientra a Perugia. Senza neanche sapere come è successo, è martedì mattina. Butto un occhio all'orologio: le 9:10. Mi aspettano 570 km circa. Dietro di me, una bella vacanza e tante belle sensazioni.
L'impressione che ho di solito, durante la vita di tutti i giorni, è che i mesi, gli anni passino in un lampo. Cerco di catturare con la memoria i momenti notevoli, ma certi mesi in fondo al setaccio resta veramente poco. Torno da questi 6 giorni di viaggio e mi sento come se fossi stato via un mese...
Un grazie speciale a tutti quelli che mi hanno accolto in questo rapida corsa per il centro italia: Daniela, Virginia (e famiglia) e Francesco
3/8/2003
Denti d'Ambin (3300 mt)
Meta molto ambita in altre epoche, i Denti d'Ambin sono pittosto trascutrati ai nostri giorni. Molto bene. Perché se c'è una cosa che proprio non mi piace è trovarmi intruppato in montagna. Quindi direi che è un'ottima meta per quanti, come Giovanni, Andrea e me, cercano sui picchi solitudine e quiete.
Inoltre i tre dentoni sono una delle montagne dalla forma più carattistica di tutta la Val Susa. La forma è molto spesso il motivo principale per cui si decide di tentare una salita e questi tre singolari ditoni puntati verso il cielo e ben visibili dalla pianura mi stavano chiamando ormai da tempo.
In realtà la scalata ai Denti in sé non offre grandi difficoltà, soprattutto per la brevità: pochi movimenti e la cima è lì. In compenso l'avvicinamento richiede, se si arriva dal Colle del Piccolo Moncenisio, almeno 4 ore: la prima ora passa con una facile camminata fino al Lac de Savine, che già vale da sè la gita. La verdeggiante conca in cui si allunga il laghetto è pizzicata fra la mole imponente del Giusalet a est ed i nostri Denti ad ovest. La attraversiamo al mattino, i tre denti sono già inondati dal sole agostano ma in riva al lago fa ancora un bel freschetto.

Da lì la salita si fa dura: una distesa di sfasciumi prima ed un nevaio piuttosto verglassato dopo ci ricordano che bisogna sudare se si vuole raggiungere la base dei denti. Ed in effetti sono le 11 quando arriviamo al cosiddetto Nodo di confine e da lì, con pochi passi, alla base del dente sud, un autentico passaggio obbligato. Non è aggirabile né a destra né a sinistra... ed occupa tutta la superficie della cresta. Tiriamo fuori le corde.
Giovanni ci invita a proseguire senza di lui. Preferisce non avventurarsi su dalla parete e rimanere a godersi tranquillo il sole e lo splendido panorama sulla Val Susa, gli Écrins, il Rocciamelone, i ghiacciai della Maurienne. Per un attimo penso di imitarlo!
Poi vedo Andrea pronto all'azione e via! Su dalla roccia malferma. Le prese e gli appoggi per i piedi sono abbondanti, ma vanno controllati tre volte. Molto spesso ti restano in mano. "Occhio quando ritiri la tessera!" Si scherza per sdramamtizzare, ma non è il massimo della sicurezza!
Non ho fatto in tempo a fotocopiare le descrizioni, così mi son dovuto portare dietro i libriccini che le contengono. Andando su senza zaino non so dove metterli e mi dispiace strappare le pagine. Così li metto in un sacchetto di plastica e me li infilo nella camicia. Pesano un po' sulla pancia, ma è sempre meglio che esserne privi.
Superiamo un caminetto opponendo i piedi contro una parete e la schiena contro l'altra: un giochino che non mi ero ancora trovato a fare. Via. Il dente Sud è superato. Scendiamo, con qualche patema, all'intaglio che ci separa dal centrale, che decidiamo di tenere come dolce. Attacchiamo il dente nord, dove giungo per primo in vetta.
Mentre recupero Andrea sento un forte sibilo alle mie spalle, mi giro: un aliante vira a qualche decina di metri da me, il pilota mi saluta sorridendo ed io ricambio.
Mancano degli ancoraggi decenti per tirare delle doppie, così ci tocca ridiscendere in retromarcia tutto il percorso dell'andata, un po' esposto, per portarci alla base del dentino centrale. Ce lo studiamo con cura ma lì per lì preferiamo lasciare perdere, una retromarcia giù da lì non pare per niente invitante. Torniamo al dente sud e ci caliamo in doppia (lì fotunatamente c'è un anello enorme attaccato ad un chiodone) a raggiungere Giovanni.
Per evitare le rocce sfasciate dell'andata, decidiamo di scendere dalla via che porta al rif Vaccarone. Così facendo attraversiamo una serie di ghiacciai, che il caldo esagerato di quest'estate sta rapidamente mangiando. La visione mette un po' di angoscia. Per un attimo immagino che i rigagnoli che corrono sulla superficie del ghiaccio siano le lacrime del ghiacciaio che piange la sua triste sorte, sorte di cui mi sento in piccola parte responabile. Da una parte so che questi sono fenomeni ciclici, ma dall'altra non posso fare a meno di pensare che l'uomo non abbia responsabilità in questo triste scioglimento. (Se l'argomento del ritiro dei ghiacciai vi interessa consultate www.nimbus.it/ghiacciai/2003/030730alpiw.htm, grazie Giovanni per la segnalazione).
Arriviamo al rifugio che sono le 19. Evvai! Si fa tardi anche stasera! Mi lancio verso la fontanella che gorgheggia di fronte al rifugio, faccio per bere ma leggo acqua non potabile. Oh cacchio! Entro a chiedere spiegazioni. Un signore sorridente e piuttosto in avanti cogli anni mi dice di berla tranquillamente, il divieto è stato messo solo perché l'acqua non è certificata. Ah, perché l'acqua a 2700 mt d'altezza deve esere certificata?! Bella fesseria. Sul cartello mettano piuttosto acqua non certificata, se leggo non potabile io penso che sia stata testata e sia velenosa!
Riflettendo su queste trovate stupide dei nostri legislatori ci fiondiamo giù verso il col Clapier, da lì ripassiamo al lago. Ormai si cammina in silenzio, siamo stanchi. La bellezza del paesaggio ci ripaga della fatica e della tarda ora che anche oggi abbiamo fatto.
Pazienza, domani è domenica. Domani si dormirà.
Commenti
paolo (8/5/2003)
ah, ho portato a sviluppare le foto, non so quando ma presto aprirò un piccola galleria fotografica, magari ci lavoro su durante le ferie... nel frattempo BUONE VACANZE a TUTTI.
Scompaio per un po' pure io :-)