26/7/2003

Colle Sommeiller - MTB

Il Colle Sommeiller è una gita che è possibile allungare oppure accorciare in base alla propria preparazione o alla propria voglia di sfacchinare.

Noi, neanche a dirlo, abbiamo scelto la versione più faticosa: partiamo da Bardonecchia (TO). Sono circa le 10 di sabato mattina e la temperatura sembra ottimale.

Siamo in cinque: Guido, Sergio, Marco, Chiara ed io. Venerdì sera i miei compagni di avventura si sono incontrati per caricare le biciclette nelle automobili. Io, da pigrone, ho affidato la mia a Guido che ci ha pensato lui. Che bello avere l'appoggio di un team, sembra di essere un professionista!

La prima parte del tracciato ci porta fino all'abitato di Gleise, che si affaccia sulla valle in splendida posizione panoramica. Da lì risaliamo fino quasi all'albergo Belvedere ed imbocchiamo il percorso della vecchia decauville (la ferrovia su cui viaggiava il trenino impiegato ai tempi della costruzione della diga di Rochemolles). La strada, immersa nel bosco, fila pianeggiante e ci permette di rifarci un po' le gambe, indurite dallo strappo iniziale.

verso il colle del sommeiller, sullo sfondo la rognosa d'etiache

Ma la pacchia non dura che per 5 km. Poi ci si riallaccia alla strada che unisce Rochemolles al Rifugio Scarfiotti, costruito in una splendida posizione ai piedi della Rognosa d'etiache e quasi all'ombra della doppia guglia del Bec di Mezzodì. Montagne di aspetto dolomitico.

Dal rifugio in poi la salita si fa dura ed il gruppo si sgrana: Sergio e Marco prendono il largo, io a metà, Chiara e Guido chiudono il gruppo. Mi sento bene e pedalo piuttosto sciolto.

Incontriamo prima un gruppo di quad, poi ci raggiunge una colonna di fuoristrada, infine vengo superato da almeno una dozzina di grosse e rumorose moto da enduro. Ma che cosa vengono a fare quassù con le moto? Alcune valutazioni:

Vedo Marco e Sergio allontanarsi sempre più ed intanto la fame delle 13.30 comincia a farsi sentiere, accompagnata da un generale indurimento alle gambe. Ahi. Brutti segni. Incontro un ciclista che mi sprona: "Mancheranno solo due tre chilometri..." Ma come? Io speravo due trecento metri! Il fondo nel frattempo si è fatto molto sassoso, e c'è il rischio di cadere in salita (Cahiara infatti arriverà in cima con un bel bozzo al ginocchio).

Sono cotto. Affronto le ultime rampe recitando una svariata quantità di mantra e cercando di pensare a tutto fuorché alla fatica: grandiosi goal da fuori area, avventure erotico/galanti, considerazioni sulla distanza che separa la terra dalla luna, brani soul di epoca motown.

Arrivo in cima, dove Marco e Sergio hanno già preso possesso di ciò che resta del Rifugio Ambin. Sembra incredibile, ma qui si praticava lo sci estivo ed il rifugio fungeva da alberghetto nei pressi delle piste. Ci sdraiamo sul terrazzo in legno del rifugio e ben presto sento che i miei compagni stanno ronfando. Pure io mi sento lì lì per addormentarmi.

Alzo la testa dal mio improvvisato cuscino (il k-way) e vedo... Chiara! Oramai davamo per scontato che lei e Guido avessero rinunciato, che tosta, che super-tipa! Le lasciamo giusto il tempo di rifiatare, non sia mai che si abbia pietà di qualcuno, ed iniziamo a scendere.

Il ricordo della mia caduta è ancora troppo fresco e così sono più che prudente. Poco per volta prendo confidenza. Ma sì. Lasciamola un po' andare. Il fondo nelle ultime rampe che portano allo Scarfiotti non è male (occhio solo al borotalco nei tornanti) ed arrivo giù decisamente contento.

Guido è demoralizzato. Cerco di rincuorarlo: "Guarda che era davvero dura" ecc. Giustamente accusa la fame come responsabile del suo crollo. Ed ha ragione. Dobbiamo ricordarci, in futuro, di portare con noi una seconda colazione e farla prima di scaricare le bici.

Il resto del gruppo tarda per una serie impressionante di forature. Ma quando arrivano ci consoliamo con birre ed affettati. Nel frattempo parlo col gestore del rifugio. Sta cercando di ottenere la chiusura della strada al traffico a motore in alcuni giorni della settimana e, nonostante sia un tipo un po' burbero, mi fa subito simpatia.

Scendiamo alle macchine passando per alcuni divertenti single-track, l'ultimo dei quali ci porta dritti dentro al grazioso abitato di Rochemolles, le cui case strabordano di fiori ai balconi ed alle finestre. Da lì è tutto asfalto. Guido, Marco e Sergio si lanciano nelle solite gare. Io preferisco la vita.

La gita al Colle del Sommeiller forse è più raccomandabile in altre stagioni, forse in autunno ci sono meno mezzi mortorizzati, ma occhio alla neve, siamo pur sempre a 3000 mt.

per maggiori informazioni consultate il fondamentale
www.peveradasnc.it/mtb/percorsi/sommeiller.htm

Commenti

Guido (7/29/2003)

Many, many limits! è l'unico commento che mi viene in mente.
In effetti sabato ero molto demoralizzato, ora, trascorsi un paio di giorni, sono solo dispiaciuto di non aver calcolato bene i tempi di salita (se entro le 13 non mangio, muoio)e di non aver adeguatamente valutato la mia grande necessità di risorse idriche (se non bevo ettolitri non vado avanti).
Comunque, con il passare dei giorni, mi sento felice della bella giornata trascorsa e, presto, cancellero' dalla memoria la delusione per l'obbiettivo mancato!
Cosa dire poi della discesa: i single-track erano fantastici (nota per chi vorrà fare questo giro: sulla dx della diga abbiamo visto la partenza di un ST che sembrava davvero interessante).
Vorrei scrivere altro, ma gli impegni incombono e la pausa-pranzo è finita. Grazie, amici!

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25/7/2003

10 canzoni energetiche

10 canzoni che traboccano energia messe lì a caso tra le prime che mi venivano in mente... fate altrettanto!

 

  1. R.E.M. It's the end of the world as we know it (and I feel fine)
    (Ritornello a più voci da spavento, per la versione monovoce che ne ha fatto Ligabue meriterebbe la lapidazione)
  2. The Beatles Revolution
    (chitarra saturissima, riff e urlo iniziale... cosa volette di più?)
  3. Blur Girls and boys
    (Giro di basso da antologia, testo che inneggia alla promiscuità totale, evvai così!)
  4. Aretha Franklin Think
    (Basta la voce)
  5. The Who Young man blues
    (uno standard blues trasformato in una colata di riff arroventati)
  6. Manonegra King of bongo
    (Altro che il mantra sonnolento della versione da solista di Manu Chao, ma in fin dei conti la canzone era sua ed è giusto che ne faccia ciò che vuole)
  7. Pixies Debaser
    (non mi stancherei di ascoltarla neppure al decimo ascolto: "i'm a chien andaluso!" come si può cantare un ritornello simile? grandi)
  8. Jane's addiction Stop!
    (Un riff di chitarra da brividi, la voce di Farrell è più unica che rara)
  9. Lou Dalfin La vacha malha
    (Come usare una ghironda come fosse una fender, le radici del punk stanno nel folk? forse!)
  10. The Clash I fought the law
    (un classico)

Commenti

Marqula (7/25/2003)

Caro Paolo,
innanzitutto è bello come hai messo la prima pagina, poi ecco mi piace la tua selezione MA hai messo I Lou Dalfin ?!(soprattutto quella canzone ?!!, ad esempio il valzer di Aisun è bello) MA è veramente inutile e tedioso iniziare discorsi su questo discusso gruppo... Comunque, ecco una mia scelta così al brucio:

1 - De Andrè "Il suonatore Jones" per il testo (Lee Masters) e la musica splendidi
2 - Tom Waits "Cementery Polka" su rain dogs un pezzo che accartoccia la pelle e devasta il corazòn
3 - Alphaville "Forever Young" imprescindibile
4 - Vernaciu Capossella "Ultimo Amore" eh beh!
5 - Gene Vincent "Brand New cadillac" nella sua versione originale
6 - Tetes Raides "Patalo" un gruppo di francesi punk chansionner www.tetes-raides.tm.fr/
7 - La Tordue "Sur le Pressoir" una canzone di gaston coute dell'inizio secolo scorso interpretata magistralmente che invita ad amarsi sopra un torchio durante la vendemmia
8 - Lucio Battisti "Tu non ti pungi più" dal disco la sposa occidentale un bellissimo pezzo di musica e testi
9 - Gwerz "personne n'est pas la cause" bella canzone triste
10 - Blowzabella "Horizonto" il folk più strano che si possa scoltare.

mr COOL @ (7/28/2003)

accidenti, nella mia precedente foga di scrivere un commento non ho fatto troppo caso al fatto che la premessa era 10 canzoni "energetiche", e ho segnalato alcuni pezzi invero abbioccanti. Mi si scusi, e allora mi permetto di segnalare come gran pezzo trascinante (ed energetico) la polka di Juan Bernardi, un sempreverde riempipista di queste parti da cui scrivo. Baci bà bù

Agata (7/31/2003)

Vista la soggettività del termine energetico quando si parla di musica ho deciso di inserire anche brani tristi che però mi suggeriscono pace e quindi voglia di reagire e quindi energia.
1. Dinosaur Jr. Not the same (tristissima ma è, per quello che mi fa entrare nelle vene, l'apoteosi della sensualità)
2. Elephant Man: per ovvie ragioni tutto l'EP di cui aspetto tue impressioni.
3. Afterhours: Male di miele, anche se in realtà a livello di energia i primi tre album sono ugualmente impareggiabili
4. Rino Gaetano: Mio fratello è figlio unico, anche nella rivisitazione degli Afterhours.
5. Modena City Ramblers: Riportando tutto a casa e Grande Famiglia due ore di allegria festa voglia di Guinness e ...
6. Rolling Stones: Satisfaction (ha 60 anni, ma allora la droga fa bene!!!!!!!)
7. Cristina Donà: Stelle Buone (un po' di romanticismo bisogna concederlo ad una quasi mamma. Ho visto solo stelle buone sulla tua pelle se tornerai domani saprò darti quelle perse, lascerò che tutto sia sospeso fino a quando non ci rivedremo)
8. Nick Cave: abbiamo altro da aggiungere. Mi dà benessere qualsiasi pezzo di qualsiasi album. QUanto meno perchè mi fa capire quanto sono serena.
9. Sonic Youth: Shoot (Can I have the car keys I wanna drive all night, mi sa che mi toccherà farlo per addormentare la creatura)
10. Massimo Volume (tutto ma in particolare Tarzan, è la prima cover che ha cantato mio marito con il suo primo gruppo e poi... basta ascoltare per essere straziati, ma forse per un sadico gusto di contrapposizione, in pace per la serenità che riusciamo ad avere).
Mi dispiace che siano solo 10. Scrivendo questa lista ne avrei inserite almeno altrettante, almeno altrettante emozionanti perle di frammenti di esistenza. Ogni canzone è legata ad emozioni, posso tranquillamente passare da Paolo Conte o Luigi Tenco (Angela, non è forse un capolavoro), ai Sonic Youth, passando per i Rage Against the Machine agli Stooges.
Non ho genere, sono musicalmente un pozzo di affetti e di momenti. Che bella cosa la musica!!!!!!
Grazie per questo spunto di riflessione
Un bacio

paolo (7/31/2003)

ottimo così,grazie agata e grazie marco, anche per il "ripensamento". Per gli altri: fatevi sotto! magari indicando anche un solo pezzo...

Scritch (8/1/2003)

ecco il primo pezzo che il mio cervello elabora da assocciare alla parola "energetico": IDIOTEQUE....radiohead...passo e chiudo penso basti e avanzi...

Mrqla (8/1/2003)

comunque forse sgombrando la mente e lasciando libera la paola energetico (cercando di non farsi intrappolare da reclame di succhi di frutta vitaminici transgenici) la mia mente produce un ricordo, un pensiero, un presente: MANONEGRA - PATCHANKA, che cos'è quel disco? è veramente forse il più fresco e tonico che immagino.

King Zama (8/26/2003)

Beh, io segnalerei "Jesus Christ Pose" dei soundgarden: un pezzo sgozzaumani al ritmo di 7/8 non è roba che si senta tutti i giorni. Complimenti per i Jane's, dei Pixies trovo più annichilenti (ed energetici) pezzi come gunge away o Tame, dove c'è un giro di basso che ti stordisce, e che dire di cannonball della breeders?, forse avrebbe meritato di apparire più di altre canzoni citate. E gli Asian Dub Foundation o i Rage Against the machine? Anche qui l'assenza appare poco giustificabile. Infine, con una punta di civetteria, citerei il primo movimento della V sinfonia di Beethoven (diretta da carlos Kleiber, preferibilmente), sarà una cazzata, ma quanto ad energia dà punti a molti dei pezzi citati.

oski (10/18/2003)

come superenergetico io uso I SHOULD COCO dei primi supergrass. In alternativa 'Rocks Off' degli stones su exile, ha un'assolo di sax che mi ricorca Little Richard, e citando questo grande del rock'n'roll il pezzo che ha fatto con i fishbone, rock island line nel tributo al bluesman leadbelly.

Andrea (1/12/2007)

mi associo a quanto detto da Marqula e ti consiglio anch'io Patalo de les Tetes Raides (ma anche Ginette e tante altre canzoni), e se ne vuoi sapere di più vi lascio il link al sito italiano www.tetesraides.it

Gabriele (9/7/2007)

Queen "Don't stop me now" (la sento tutti i giorni 20 volte ;))

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20/7/2003

Becco Meridionale della Tribolazione (3360 m)

Via Malvassora (D)

Una montagna dal nome terribile, che sembra uscito da una pagina del Signore degli anelli ed evoca patimenti e sofferenze. In realtà questa bella piramide rocciosa, collocata nella serie di vette che coronano il vallone di Piantonetto in Valle dell'Orco (TO), diventa veramente pericolosa solo in caso di maltempo.

Ed il tempo non pare dei migliori, mentre alle 7.30 di domenica mattina risaliamo in auto i tornanti che portano verso la diga di Pian Teleccio, dove termina la strada che, dopo 14 chilometri di sterrato, risale il vallone.

Lungo la salita siamo circondati dalle nubi. "Che sfiga", "Che pacco", sono i commenti che Davide, Dave ed io ci scambiamo, mentre, nonostante tutto, continuiamo a salire ballonzolando sulle buche della carrozzabile. Davanti a noi arranca la picasso di Giovanni con a bordo Francesco, Andrea e Giovanni stesso.

Giungiamo alla diga AEM e il cielo si apre: miracolo! Io ormai consideravo inevitabile un megapranzo al rifugio Pontese e, tutto sommato, la prospettiva di mettere le gambe sotto un tavolo non era malvagia. Ed invece le nostre gambe sono attese da ben altre prove.

Tanto per iniziare due ore e mezza di avvicinamento, prima per sentiero, poi su una pietraia molto malsicura. Lo scenario è come sempre spettacolare: la mole del becco a sinistra trova degna compagnia sulla destra nella Torre del Gran S.Pietro e nella punta dell'Ondezana. Cima dove per me, si può dire, tutto è cominciato proprio grazie alla pazienza di Francesco, Giovanni ed Andrea, che, sono ormai passati due anni, mi portavano a compiere la mia prima ascensione.

Quest'oggi si fa sul serio. La via Malvassora (schema) offre una salita continua con difficoltà di IV grado per un totale di circa 200 mt di scalata. Francesco apre le danze. Io faccio da secondo a Dave. Andiamo su con due mezze corde (credo si dica con due corde gemelle): comode per l'avvicinamento, perché il peso può andare su due schiene; comode per le doppie, perché si ha a disposizione il doppio della corda per la calata; un po' meno quando le due corde decidono di intrecciarsi entrando nel secchiello mentre il primo ti urla da sopra "dammi corda!!!"

C'è tutto il repertorio delle salite classiche: camini, diedri, cengie. Tiro dopo tiro, appiglio dopo appiglio, si sale. Le nuvole ci avvolgono con frequenza sempre maggiore e con esse il freddo, che ti si appiccica alla schiena come una seconda pelle. Poi esce ancora il sole e mi rendo conto delle placche incredibili da cui siamo circondati e che si tuffano giù verso il piano, incontro alla nuvola successiva, che rimonta a tutta forza lungo il pendio.

Mentre mi tiro su penso "basta che non piova fino a che non siamo in punta". Ed il mio desiderio verrà, fotunatamente, esaudito. Dave va su con la solita sicurezza, nonostante il dito non ancora recuperato.

Ad un certo punto mi trovo in sosta con Giovanni. La stanchezza gliela si legge in viso: è troppo che non arrampica, mentre noi abbiamo capitalizzato bene le uscite infrasettimanali degli ultimi tempi. Lo vedo illuminarsi quando dall'alto arriva la voce di Davide: "Sono fuori!". Coraggio Johnny, è fatta, un ultimo sforzo.

Quando arrivo in vetta c'è già atmosfera di festa: ci scambiamo battute a ritemprare gli spiriti, ci scambiamo borracce ad inumidire le gole. Da in mezzo alle nuvole ci godiamo un panorama di selvaggia bellezza. Ma non c'è molto tempo da perdere, i primi tuoni in lontananza ci ammoniscono a fare in fretta, abbiamo già tirato troppo tardi.

Giovanni è poco convinto dal progetto di calarsi in doppia lungo gli ancoraggi di conto fino a zero, una via con difficoltà continue sul VI grado, che si svolge sulla destra della nostra Malvassora. In caso di blocco delle corde, chi potrebbe liberarle risalendo un muro di tal specie? Preferisce scendere lungo la normale ed io decido di accompagnarlo.

Fortunatamente gli ancoraggi non mancano neppure da quella parte e così faccio un bel ripasso sulla predisposizione delle doppie. Ne tiriamo almeno sei. Giunti al Colletto dei Becchi non resta che scendere la pietraia. Ma ormai gli scarpini mi stringono i piedi da troppe ore e gli alluci ed i talloni mi fanno un male cane. Provo a tirare giù i talloni delle scarpette, così mi trovo a salire in ciabatte lungo la pietraia, mentre scendono le prime gocce. Giovanni mi precede di un bel po': che piedi! Come fa ad andare così veloce con gli scarpini!

Mi siedo ad aspettare gli altri lungo la pietraia, sperando che si ricordino di portarmi lo zaino e gli scarponi, lasciati alla base della parete in mattinata. Arriva Francesco, e con lui lo zaino; poi gli scarponi, portati non so più da chi. Grazie amici.

Tempo di calzarli ed inizia a piovere. Con la pioggia iniziano pure le sgummate sulle rocce: da spaccarsi la schiena. Il temporale si sta avvicinando: un tuono fortissimo ci gela il sangue dalla paura. Via via! E intanto viene giù sempre più forte. Ho la camicia completamente incollata addosso, i pantaloni pure. Le scarpe sono piene e ad ogni passo vedo la pelle fare effetto spugna e buttare dentro e fuori acqua.

Riattraversiamo la diga sotto il diluvio universale. Ma ormai ce l'abbiamo fatta, le macchine sono lì a poce decine di metri. Mi giro a gettare un ultimo sguardo al Becco Meridionale della Tribolazione: è come uno spettro nero ed immobile evocato da un sabba di nuvole danzanti. Lo ringrazio mentalmente per averci graziato.

Mi cambio in macchina mangiando gli ultimi avanzi di biscotti e panini e bevendo le deliziose misture a base di thé, che Dave prepara nella sua borraccia ogni volta che trova delle prese d'acqua. Sono quasi le 21.00 e lentamente scendiamo dal vallone di Piantonetto verso Locana, dove ci aspettano birra e pizza.

Leggetevi anche il bel racconto di Giovanni: www.zeroincondotta.it/mondo[...]

Commenti

domenico (9/2/2003)

Complimenti per la via.
Tiratina di orecchie: uno che ripete una via (e forse più vie) di questo calibro, non può non sapere che mezze corde e corde gemelle o gemellari sono tutt'altra cosa... :-))) Ciao ciao

paolo (9/2/2003)

è il problema di chi non ha mai fatto un corso....
se me la spieghi la differenza non mi offendo,
anzi :-))

accetto tiratine d'orecchi senza problemi, aiutano a crescere....

ciao ciao

domenico (9/2/2003)

e' presto detto, caro paolo: le mezze corde sono di diametro leggermente superiore alle corde gemelle (generalmente mm 8.5 per 50 m) e possono essere usate anche singolarmente per esempio nelle gite su ghiacciaio. non entro nei dettagli tecnici, dico solo che si possono rinviare singolarmente (anzi e' consigliabile per aumentare la dinamica della caduta). le gemmellari invece non possono mai in nessun caso essere usate singolarmente, hanno diametro ridotto e una lunghezza superiore e sono usate prettamente per le grandi vie con discesa in doppia. se ti servono ulteriori delucidazioni, cerchero' nel mio piccolo di essere esaustivo al massimo. ciaoo

Francesco (9/22/2003)

Per la calata è attualmente molto comodo scendere su "Gran Finale" situata a sx della Malvassora con ottime soste a spit con catena.

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13/7/2003

Barre des Ecrins (mt 4102)

4102 mt, non ero mai andato così in alto. La Barre des Ecrins fa parte di quelle salite di cui tante volte si è parlato. Francesco e Davide me l'hanno indicata tante volte durante le scialpinistiche: "Guarda la Barre, che spettacolo".

Le possibilità di vedere questa cima, del resto, non sono rare: basta che andiate una volta a sciare in alta val Susa e non vi potrà mancare di stupire, se volgete lo sguardo ad ovest, la forma di questa mole di ghiaccio e roccia. Una specie di cattedrale immacolata.

Il massiccio degli Ecrins è una zona di montagne che sembrano essere state tirate su per i capelli: una serie di dita appuntite che indicano su verso il cielo. Il Pelvoux con il ghiacciaio incastrato tra le sue tre punte, gli strapiombi ghiacciati dell' Ailefroide, l'impressionante bastionata della Meijge sono solo i principali spettacoli naturali che si offrono a chi si sobbarca la fatica dell'ascensione alla Barre des Ecrins.

Questa volta siamo Davide, Dave, Ilario ed io e partiamo da Pinerolo nella mattinata di sabato. Schiacciati a dovere nella macchina di Dave arriviamo a Pré de Madame Carle (punto massimo raggiungibile con la macchina) ed iniziamo, nella calura del pomeriggio e con nello stomaco una di quelle cose a base di prosciutto tagliato spesso, patate e formaggio in cui i francesi sono specializzati, la ripida mulattiera che porta al Refuge du Glacier Blanc.

Il rifugio è strapieno, la decisione di prenotare è stata saggia. Consumiamo la cena che ci siamo portati al sacco e verso le 21 andiamo a dormire. Dormire, già. Si fa per dire. 24 bufali stipati in pochi metri quadrati non permettono un riposo molto confortevole. All'una io sono già sveglio ed attendo impazientemente l'ora x. Alle due e mezza il rifugio si anima di un via vai di sagome assonnate che vanno di qua e di là armate di caschetti, piccozze, zaini e luci frontali.

Dopo rapida ma abbondante colazione ci incamminiamo per la traccia che conduce verso il Refuge des Ecrins. La voglia di chiacchierare che ci ha accompagnato ieri se n'è andata. Saliamo silenziosi nell'oscutrità, mentre, poco per volta, il cielo ad oriente inizia a rischiararsi.

Nei pressi del Refuge des Ecrins (alloggiamento ben più pratico per chi intende tentare la Barre ma proprio per questo è sovente completo) scendiamo sulla superficie del Glacier Blanc, seguo con lo sguardo questo impressionante nastro bianco ed al termine ecco ergersi maestosa la Barre. Che effetto che fa così da vicino, lambita dalla luce fioca dell'aurora. Mi fermo a fare qualche scatto.

Rinunciamo all'idea di salire dal couloir de Barre-noire, troppo giacciato e, dopo esserci legati, ci infiliamo nel solco tracciato dalle altre cordate lungo la via normale. I crepacci sono tutti aperti e ci costringono a qualche salto oppure ad attraversamenti su ponticelli sospesi di neve.

Dopo qualche svolta ci allontaniamo dalla traccia e puntiamo su una gobba alla nostra sinistra per raccordarci al percorso progettato in partenza. Il sole è ormai sopra l'orizzonte e si fa sentire. Il fondo permette una progressione sicura, ma non per molto. Superiamo un crepaccino ed eccoci sul temuto ghiaccio vivo. Ilario ci sprona a fare una sosta con i chiodi da ghiaccio. Iniziamo coi tiri di corda.

barre des ecrins

Una picca per mano e giù botte: le becche affondano a dare sicurezza, i chiodi ancora di più, quelli a vite scendono nel ghiaccio come fosse burro. È una progressione estremamente fisica. Siamo quasi a 4000 metri ed il cuore va subito su di giri.

Abbandoniamo il ghiaccio e ci portiamo sulle rocce che precedono la cresta. La roccia è molto friabile e dai nostri piedi si staccano più volte violente scariche che si vanno a schiantare sui crepacci più sotto. Ma sotto non ci sono solo i crepacci: ci sono pure due alpinisti. Preferiamo attendere che si tolgano dalla nostra verticale per evitare di lapidarli. Il sole intanto sale allo zenith.

La stanchezza inizia a farsi sentire e sono ben felice che sia Davide ad accollarsi il compito di andare su da primo. Arriviamo in cima a pomeriggio inoltrato e siamo un po' preoccupati per la tarda ora a cui saremo costretti a riattraversare i ponticelli sul ghiacciaio, che ormai si stende sotto di noi.

Scendiamo lungo la cresta verso il Dome de Neige per cercare l'ancoraggio da cui, in mattinata, abbiamo visto da lontano due alpinisti che si calavano. Lo troviamo e superiamo in corda doppia la crepacciata terminale. Iniziamo la discesa quasi di corsa, tenendo d'occhio le scariche di pietre che scendono dallo scivolo sopra di noi. Le ombre delle cime circostanti si allungano su gran parte del ghiacciaio. Siamo stanchi.

Alle 20 siamo al Refuge du Glacier Blanc, dove ci fermiamo per fare cena. Mi tolgo gli scarponi per far respiare un po' i piedi: quando un'ora dopo li reinfilo mi pare quasi di sentire i piedi gemere. Ogni tanto lungo il sentiero mi fermo a guardare indietro e cercare di distinguere nell'oscurità che avanza la sagoma della Barre des Ecrins, ma ormai tutto si perde nel buio.

Raggiungiamo la macchina alle 23 circa e ci mettiamo subito in strada. Durante il ritorno ci alterniamo alla guida per evitare i colpi di sonno. Anche qui la solidità di Ilario si fa vedere: in un'ultima tirata di volante ci porta fino a Pinerolo, dove ci salutiamo ed ognuno prende la strada che porta al proprio letto.

Alle 3 arrivo a casa, in camera ci sono 30 gradi anche se la finestra è rimasta aperta per tutto il weekend (ah, che belle le mansarde) mi butto sul letto senza neppure lavarmi e mi addormento, prenserò a tutto domani.

www.les-ecrins-parc-national.fr

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Lucia (7/24/2003)

Che bei resoconti! Viene voglia di prendere su e partire anche a me che non sono una scialpinista. Cosa che è invece mio fratello: è partito questa mattina proprio per la Barre des Ecrins e mi auguro che vada tutto liscio e possa provare le vostre stesse emozioni. A parte quanto hai scritto, c'è qualche altro consiglio tecnico che puoi darmi per mio fratello? E' esperto, ma è utile l'esperienza di chi ci è già stato. Lo so, sono una sorella molto ansiosa!
Grazie e ciao!
Lucia

paolo (7/24/2003)

grazie dei complimenti, fanno sempre piacere.

La barre non è una gita difficile, occorre solo

1) allenamento, perché è lunga
2) legarsi in cordata lungo tutto il ghiacciaio
(particolare cura nell'attraversamento dei crepacci)
3) occhi aperti per eventuali cadute di pietre (più
probabili nel caso di alpinisti già in cresta)

può essere utile avere qualche chiodo da ghiaccio,
che diventa indispensabile nel caso si faccia la via
che abbiamo fatto noi.
E come sempre, sapere rinunciare in caso di maltempo

Ma se è esperto tuo fratello sa già tutto questo... ;-)

Ciao e stai tranquilla

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10/7/2003

No limits

Many many limits.

Altroché. La filosofia del nolimits è una gran fesseria. Al contrario è la consapevolezza dei nostri limiti che dovremmo avere tutti ben presente.

Mi rendo anche conto che know your limits non funzionerebbe altrettanto bene per vendere gli orologi. Che se poi c'è una cosa che serve molto poco in quasi tutti gli sport che mi piacciono è l'orologio, a meno che non si sia dei fanatici dell'autocronometraggio. Una pratica affine, direi, all'autoerotismo e che come tale va praticata con riservatezza ed anche un po' di legittima vergogna.

Tutto questo per un motivo. Nei pressi dei propri limiti si nasconde un nemico formidabile: la paura. Ed avere paura non è per nulla divertente. Almeno, a me non piace per nulla. La paura ti blocca, ti fa perdere razionalità, ti fa agire per istinto. L'istinto è un cavallo imbizzarrito. Tirargli le redini serve spesso a poco, non bisognava lasciarlo imbizzarrire e basta!

Molti miei amici pensano che cimentarsi nell'arrampicata o nello sci siano modi per andare oltre i propri limiti, per mettersi continuamente alla prova. In realtà la cosa è molto più rilassata: io cerco innanzitutto di reinserirmi in un ambiente naturale da cui la vita mi tiene forzatamente lontano.

Anche quando siamo in falesia ad arrampicare, siamo immersi nel verde dei castagneti, al cospetto di torrioni di roccia dalle forme spettacolari. Il contatto delle mani sulla roccia tiepida rinsalda quel legame tra ciò che durerà a lungo (la roccia) e ciò che al contrario durerà relativamente poco.

Anche se potrebbe sembrare così, lo scopo non è battagliare contro la natura, ma approfondire la sua conoscenza. Imparare a conoscere la natura guardandola, senza libri, senza manuali, in modo semplice e diretto. Una pianta che affonda le sue radici in una fenditura della roccia, un insetto che sale con infinita facilità a pochi centimetri da noi, una seraccata impresionante oppure un camoscio che arranca nella neve alta non ci pongono alcuna sfida.

È pur vero che andarli a vedere costa fatica e sacrificio, ma procedendo per gradi si riescono a tagliare grandi traguardi. E non pensate che i grandi traguardi siano in senso assoluto, se no tornate alla logica del no limits. I grandi traguardi sono tutti quelli che riusciamo a raggiungere.

Commenti

Gio (7/11/2003)

Centro!

Direi un’ottima analisi, poi ognuno possiede la propria filosofia, ma direi che questa si avvicina molto alla mia, anche se un po’ di gestione della paura, secondo me, aiuta proprio a tenersi sempre un gradino sotto i propri limiti.

La montagna poi, a mio avviso è una forma d’arte, forse una delle più elevate, chi la frequenta in tutte le sue forme, conosce come coinvolga tutta la natura umana, in un rapporto di difficile descrizione, non sai mai quanto siano i tuoi sensi fisici o il tuo spirito che recepiscano e trasmettano sensazioni vive, e quanto i due aspetti umani si influenzino e si elevino a vicenda!

Quando sei tra seracchi, camosci e cascate la tua pelle trasmette direttamente al tuo spirito, forse per questo alcuni di noi non necessitato neanche più di religioni materiali.

Come possono apparire limitati i no limits!

Sei forte, citi anche la pratica dell’autoerotismo, sai che conosco gente che praticava delle pubbliche gare, ma forse era in gioventù, e non proseguo per, come si dice, rispettare il comune senso del pudore (quella cosa che non riusciamo a conservare, come le strade attorno al Sestriere).

Guido (7/11/2003)

"I grandi traguardi sono tutti quelli che riusciamo a raggiungere." ... niente di + vero!
Sabato 6/7/2003 ho fatto la mia prima cicloalpinistica (vedi "La via dei Saraceni - MTB") e non ero assolutamente sicuro di riusirci.
La soddisfazione, il piacere, la gioia e l'emozione di farcela sono stati veramente immensi: grazie a Paolo e Sergio per avermi "scortato" fin lassu'!!!
Sara' un "traguardo" da poco, ma per me e' stato un "grande traguardo".

mrqula (7/16/2003)

Caro Paolo, i vecchi qui dicono fa ciò che puoi ma fallo bene, e sicuro loro mai ebbero l'idea del no limits, semmai sfruttare al meglio ogni potenzialità fino al limit. Viva l'alpinismo dolce, la salita per bearsi in un prato a guardare le api e le pietruzze, fanculo l'agonismo! (agonismo = agonia)

dAve (7/16/2003)

È terapeutico.
Il silenzio, la natura viva che ti circonda, tu sei lì immerso in un mondo sano, rigenerante.
Il respiro scandisce il tempo, il corpo comincia la danza.

Purtroppo per molti di noi non è il mondo di tutti i giorni. Bisognerebbe avere il coraggio di far si che lo diventi, invece ci si accontenta pochi giorni al mese, condividendo sensazioni forti con amici Veri.

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6/7/2003

La via dei Saraceni - MTB

Nel corso dell'ultima settimana è maturata, nelle discussioni serali tra me, Guido e Sergio, l'idea di andare a provare l'itinerario della via dei saraceni, l'affollatissima competizione di mountain bike che si terrà tra un paio di settimane sugli sterrati nei dintorni di Sauze d'Oulx (TO).

Lo scopo della spedizione è di mettere alla prova l'allenamento a cui Sergio ha sottoposto mio fratello nelle ultime settimane, tirandogli abbastanza il collo, e di fargli fare la sua prima uscita di montagna in mtb.

Sono quasi le otto del mattino mentre carichiamo le tre bici adeguatamente smontate dentro la megane cortesemente prestata dal papà. Chi sta seduto sul mezzo sedile posteriore si trova la sella della bici di Sergio ad una spanna dal mento, ma la situazione è abbastanza vivibile.

L'autostrada della val Susa ci permette di arrivare in fretta a Sauze, dove lasciamo la macchina nel parcheggio delle seggiovie. Si parte nella scintillante luce del mattino, in cielo non c'è una nuvola. La prima parte dell'itinerario percorre il versante nord dello spartiacque Dora-Chisone in corrispondenza dello splendido Gran Bosco di Salbertrand. L'aria è frizzante, a tratti addirittura fredda e non dispiace per nulla fare delle soste nei rari punti in cui il sole si fa strada fino a noi in mezzo al fitto del bosco.

La salita, che io già conoscevo per una mia visita solitaria di qualche tempo fa all'alpeggio Seu, è splendida, ed alterna strappi piuttosto ripidi a lunghi tratti in falsopiano, che permettono di recuperare fiato. Il fondo poi è quanto di meglio ci sia per andare in bici: compatto, morbido (a causa degli aghi dei larici) e poco sassoso.

Guido soffre un po', ma viene su che è un piacere. Raggiungiamo il col Blegier (2381 mt). Da lì svoltiamo sullo stradone che conduce sulla sommità del Monte Genevris (2533 mt), ma al tornante sotto la cima Sergio buca. Drammatica scoperta: la camera di scorta che si è portato nel borsino sottosella è anch'essa bucata. (Regola numero uno del MTB: mai portare le camere nei borsini sottosella, ne ho viste tirare fuori alcune con più di cinque buchi causati dallo strofinio della camera contro la tela del borsino). Fortuna che passa di lì un biker che ha con sé due camere e ce ne regala una. Nostro salvatore!

La strada è percorsa da un viavai di grosse moto da enduro, che sollevano un polverone insopportabile ed impuzzano l'aria coi loro gas di scarico. Alla decima moto inizio a smoccolare tra i denti: la convivenza tra moto e bici è impossibile, è proprio una questione di velocità e di rumore. Io mi lamento, ma ogni volta che uno di questi insopportabili "senza palle" (perché diciamolo, rispetto ad un ciclista questi sono dei senza palle) mi raggiunge io accosto prontamente e lo lascio passare. Guido è ben più tosto ed è deciso ad ottenere rispetto: "che almeno rallentino e mi concedano il tempo di accostare!". Ammiro il suo coraggio, ma mi rendo conto che il suo è un comportamento rischioso. Ed infatti da lì a una decina di minuti viene, di fatto, tamponato da una motociclista, che cade rompendo alcune parte della moto. Guido è fortunatamente incolume, ma che strizza! Arbitriamo con diplomazia la discussione che segue allo scontro, ed alla fine ci allontaniamo dal punto incriminato senza aver fatto a pugni, già qualcosa!

Arriviamo al col Basset e scendiamo dagli stradoni che corrono sotto agli impianti di risalita fino al bar la Marmotta, nella speranza che sia aperto e che si possa mangiare qualcosa. Purtroppo è chiuso, ma un megagruppone di giovani (tipo scout) staziona sulla splendida terrazza del locale a fare picnic. Dividiamo in tre il panino di Sergio ed iniziamo la discesa.

Gli stradoni che corrono sotto le sciovie alternano tratti molto belli a rampe di sassi mobili e terriccio smosso (probabilmente a causa della lunga siccità e dell'eccesso di mezzi a motore che transitano su queste piste).

E poi, purtroppo, succede. Ogni tanto capita qualcosa che ci rimette al nostro posto. Qualcosa che dopo una striscia continua di eventi più o meno positivi ci rivela, tutt'a un tratto ed in tutta la sua cruda realtà, che siamo esseri fallibili, che sbagliamo, insomma, che ci può andare male.

Tutto sommato questo tipo di eventi, se non hanno conseguenze troppo gravi, sono molto educativi, direi addirittura utili, perché ci evitano di andare "troppo in là". Per farla breve, in una di queste rampe perdo il controllo della bici e cado. Che palle! Già mentre cado e sento la pelle che si lacera e la terra che ci entra dentro sono più depresso che preoccupato: ma come ho fatto a fare una caduta così da imbecille? Mi rialzo, bestemmio. Mi guardo il gomito. Ribestemmio. Grondo sangue e terra. No, no! Cazzo! Questa non ci andava. Una fuoristrada passa, il pilota mi guarda e se ne va. È questa la bella gente di merda che si trova in queste località per fighetti motorizzati! Sono demoralizzato ed arrabbiato. Per fortuna due escursionisti inglesi mi incoraggiano e mi chiedono se ho bisogno d'aiuto, li ringrazio mentre sciacquo meglio che posso la ferita con l'acqua della borraccetta.

Riparto e raggiungo Guido e Sergio, che al momento della caduta mi erano davanti. Mi spiace per loro, soprattutto per Guido, che meriterebbe un clima ben più festoso per celebrare la sua prima gita, ma ormai il mio umore è nero. Scendiamo fino alla macchina. Mi lavo le ferite meglio che posso ad una fontana. Se per me la montagna significa solitudine e silenzio, la gita di oggi è un mezzo fallimento, l'altra metà sta nel male che mi fa il gomito (e ad un secondo e più accurato esame anche l'anca non se la passa così bene). Poi mi addormento sul sedile di dietro, con la testa appoggiata al sellino della bici di Sergio.

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Guido (7/11/2003)

Per chi vuole saperne di + sull'itinarario:
www.peverada.it/mtb/percorsi/viadeisaraceni.htm

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