
26/6/2007
Birra artigianale
Pentolone, malto, 1 kg zucchero. Sono circa le undici di ieri sera e sono circondato da questi ingredienti e da una attrezzatura semplice ma promettente. Definiamolo kit di fementazione, che suona bene. In dettaglio è composto da un bidone di plastica (capienza 30 lt circa) munito di rubinettino, un mestolone, qualche oggettino di cui più avanti scoprirò l'uso.
Sciolgo il malto (ha un colore ed una consistenza che ricordano il miele di castagne) in acqua bollente, in cui poco per volta ho sciolto un kg di zucchero.
Lascio raffreddare mentre lavo per bene il fermentatore, che poi riempio in parte d'acqua. Quando il mosto è freddo lo travaso nel fermentatore e colmo con acqua fredda. Aggiungo il lievito e mescolo vigorosamente. Chiudo tutto e vado a nanna.
Stamattina mi metto in ascolto e scopro che la fermentazione è iniziata. Emozione! Tutto questo sotto i miei occhi e le mie orecchie. Lo stupore continua a ad accompagnarmi, anche se so che di intoppi da qui al boccale ce ne saranno ancora tanti, ma un po' per il caldo, un po' per la voglia di fare le cose con le proprie mani, anche le più impensabili, l'entusiasmo è tanto.
Commenti
asso (6/26/2007)
Olè !!!! A presto per un bel brindisi con la traver's beer !!! Intanto prova ad immaginare Vitrisi che ti combina con i fermenti della tua birra.....
paolo (6/27/2007)
accidenti se me lo immagino: ne ingolla 3 litri al brucio, caccia un rutto tonante e, imbracciata una gibson con accordatura droppata sul mi basso, attacca il riff di roots bloody roots dei sepu... che paura!!! :-))
19/6/2007
Mario Giordano, Senti chi parla
Ultimamente io e mio papà ci scambiamo i libri che leggiamo. È un modo efficace per capirsi reciprocamente, o forse per continuare a non capirsi, ma almeno per metterci un po' di impegno in quella direzione.
Così lui una settimana fa, prima che partissi per una delle mie abituali traversate est-ovest della penisola, mi ha dato senti chi parla di Mario Giordano.
L'autore, che agli occhi di mio padre (ed anche un po' ai miei, che ci volete fare, invecchio pure io!), ha l'indubbio merito di essere piemontese ed in quanto tale parte avvantaggiato nella classifica dei buoni e dei cattivi, ha in realtà un grooosso demerito: è il direttore del telegiornale di Italia 1 studio aperto.
Ma tralasciamo questo non piccolo dettaglio e soffermiamoci sul frutto delle sue fatiche: un viaggio nell'Italia che predica bene e razzola male, come recita il sottotitolo del volume edito da mondadori (€ 17,50). In sostanza si tratta di smacherare l'esercito dei tromboni, ossia quelli che in Italia, ma talvolta Giordano si spinge anche al di là dei patrii confini, hanno la brutta caratteristica di criticare pubblicamente il malcostume dilagante per poi mettere in atto in privato quegli stessi comportamenti contro cui poco prima pronunciavano l'anatema.
E ce n'è veramente per tutti: si spazia dal mondo dello spettacolo (Celentano, Bono Vox, Beppe Grillo, Dario Fo), alla politica (D'alema), al giornalismo (Gad Lerner, Scalfari), all'economia (Montezemolo). Ma la lista dei nomi è infinita (la cosa che manca veramente a questo libro è l'idice dei nomi) perché, stando all'autore (ed io non stento a credergli) le schiere dell'esercito dei tromboni in Italia sono ben nutrite.
Giordano scava e documenta: 15 pp. di bibliografia credo che possano aiutarlo a difendersi da un buon numero di querele, anche se sarebbe bello sapere da quante invece non riuscirà a difendersi. Corre veloce: a volte anche due o tre casi di trombonismo per pagina. Infiocchetta tutto con una ironia tutto sommato godibile, a parte qualche caduta, ma ricordiamo che è pur sempre direttore di studio aperto.
Il quadro che esce dalle 300 pagine del libro è sconfortante: quasi tutte le persone che compaiono abitualmente in tv o hanno una qualche visibilità mediatica sono affette da trombonismo. Pochi di quelli che ogni tanto alzano la voce per lamentare scarsa moralità, opportunismo oppure disonestà patente hanno il diritto di farlo, in quanto colpevoli dello stesso peccato.
Il gioco, divertente sulle prime, diventa un po' pesante e sterile e alla lunga il libro annoia. Bisogna essere veramente degli illusi per pensare che certe persone siano senza macchia e non è necessario arrivare a fine libro per maturare la convinzione che, proprio come i nostri nonni ci ammonivano a fare nei confronti dei preti, bisogna fare come la gente dice e non come la gente fa.
Che dire? Visto la contagiosità del morbo, aspetto soltanto di sentire il buon Giordano tromboneggiare su come si fa un buon tg per potergli girare contro il suo ma senti chi parla!
Mio papà con questo libro si è divertito come un matto, io no; mi domando se tra trent'anni mi piacerà leggere una specie di elenco telefonico dell'ipocrisia contemporanea e non trovo risposta.
Se proprio ne volete ancora ascoltate l'intervista all'autore: http://www.tgcom.mediaset.it/libri/articoli/articolo360844.shtml
12/6/2007
Ludovico Einaudi, I Giorni
Sto lavorando al portatile con le cuffiette nelle orecchie: un collega mi ha prestato I Giorni di Ludovico Einaudi. Ero curioso, lo ammetto, anche se il sospetto già covava in me. I 30 secondi dello spot che da un po' di tempo va in onda su radio 24, sebbene lo spot reclamizzi l'ultimo disco e non il ben più vecchio cd che ho adesso nelle orecchie, erano sufficienti per avere un po' paura di questo pianista.
I miei sospetti trovano conferma già al terzo brano: le composizioni del nostro sono assolutamente impossibili da memorizzare. Sono placide e tranquille, perfettamente melodiche, nulla che turbi o disturbi: un ode di celebrazione di un mondo perfetto.
Musica per chi non cerca stimoli ma annebbiamento dei sensi, torpore. Musica per rilassarsi ed infine addormentarsi. In una frase: musica per persone a cui della musica non gliene importa nulla. E non c'è niente di male, perché non è obbligatorio avere interesse per la musica, ma è più che lecito avere paura del silenzio e cercare di riempire il vuoto di una casa silenziosa o di un ufficio la sera tardi, quando si è rimasti gli ultimi ad uscire, con dei suoni che sembra di conoscere da sempre, familiari e rassicuranti.
4/6/2007
Rifugio Bianchét (mt. 1220)
L'astinenza da monti è finita, nulla di eccezionale, intendiamoci, solo un bella passeggiata per boschi. Il rifugio Bianchét ha l'aria di un posto trafficato solo dai locals, gente tosta che parla un dialetto stretto stretto ai limiti dell'umana comprensione.
Ci guardano un po' come fossimo marziani arrivati con un'astronave. Invece siamo arrivati percorrendo gli 800 mt abbondanti di dislivello che, lungo una bella carrozzabile con una pendenza sempre umana ed un fondo ottimo, dalla statale agordina portano fino qui, penultimo posto tappa dell'alta via numero 1.
Una bella sgroppata, giusto per renderci conto che non siamo per nulla arrugginiti, almeno alle basse quote.
Occhio sempre alle zecche, che da queste parti sono una antipatica presenza con cui bisogna fare i conti