24/6/2005

Star Wars, episodio III

Per me Star Wars fa parte delle cose intoccabili. Fin da quando, non so più quanti anni fa (almeno venti), vidi per la prima volta episodio IV (il primo, uscito nelle sale nel lontano 1977), me ne innamorai. Era il giusto equilibrio tra fanscienza e fantasy: c'erano le astronavi e le battaglie nei geli siderali, ma c'erano anche paesaggi desertici e creature buffe e terribili. E poi c'era la forza. Un'energia che permea l'intero universo, e che alcuni esseri dotati sanno incanalare con effetti straordinari. Magia insomma, in splendido contrasto con la tecnologia. E poi c'erano le spade laser, frammento di medioevo tecnologizzato ad alto tasso di spettacolo.

Insoma c'erano gli ingredienti per fare breccia nella mia testolina, e così fu.

A distanza di anni da quella prima infatuazione ho visto l'ultimo episodio, il III. Episodio fondamentale per quanto riguarda la saga: in esso si assiste al passaggio di Anakin Skywalker al servizio del lato oscuro della forza. Tutto ha un senso, alla fine.

Sapevo come doveva andare a finire. Anakin deve finire male, anzi malissimo. Rinnegare tutto ciò per cui un cavaliere Jedi deve combattere (giustizia, libertà) ed abbracciare il lato oscuro. Spera così di acquisire un potere tale da permettergli di salvare l'amata Padme, destinata alla morte da un destino crudele ed imperscrutabile.

Personaggio autenticamente tragico questo Anakin. Agisce in balia di un fato crudele, delle sue passioni degne di un giovane ambizioso e potente; e si getta a capofitto nel dolore, nella disperazione e nell'odio.

Nel finale si vede la Morte nera in fase di costruzione, l'episodio IV è lì lì per cominciare. Anche le divise dei soldati imperiali sono aggiornate nello stile a quelle dell'esordio del 1977.

Anch'io vorrei rituffarmi nella mia sorpresa di allora e magari riguardarmi episodio IV con lo stato d'animo di allora. Ma gli anni sono passati, sono più esigente e non basta più un tramonto con due soli a farmi sognare.

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24/6/2005

Lo stomaco sensibile del Metius

È una storia di 15 giorni fa, ma è di valore universale.

Doveva essere un normale rientro. Io e FF giù fino alla macchina, al pian del re. I Davidi e Franc su fino al rifugio Giacoletti: perché rompersi le palle a scendere fino al parcheggio e ripartire dal basso quando c'è un sentiero che taglia a mezza costa? Magari perché c'è nebbia? Sì, sarebbe prudente, ma il sentiero è segnato, no? Vuoi mettere che palle scendere fino sotto, con sti zaini pesanti? E allora ciao: strette di mano, pacche sulle spalle. Noi andiamo giù verso valle, loro scompaiono nelle nuvole.

Qualche ora prima eravamo quasi all'attacco della via, alla base del Monte Granero. Intorno a noi solo qualche nuvoletta. In alto un bel sole, che rende fastidioso il riverbero sulla neve ancora abbondante, ma fortunatamente indurita dal freddo della notte e quindi calpestabile senza sprofondare troppo.

Il Metius si siede su un masso, si sfila l'imbrago. Non ho voglia di fare la via, ci dice. È privo di motivazioni. Noi lo prendiamo in giro per un po' prima di capire che non sta scherzando. Poi capiamo. Un po' stupito, accetto la sua decisione. E che cazzo, mica è un dovere, o no?

Noi quattro ci mettiamo in cerca dell'attacco e dopo un po' di ricerca individuiamo i primi spit. Si incomincia, finalmente. Io e Francesco andiamo su a tiri alterni. Il secondo deve portare su lo zaino con gli scarponi per il rientro: uno fatica pazzesca. Quando da secondo mi troverò sul tiro chiave con le spalle segate da quel macaco appeso sulla schiena rimpiangerò di non aver dovuto affrontare il tiro da primo.

La nebbia intatno sale e se prima la vetta del Viso ogni tanto faceva capolino, quando giungiamo in vetta la vediamo a malapena, a tratti la nebbia ci avvolge e limita la visibilità ad una ventina di metri.

Il rientro non pone grossi problemi. Raggiungiamo il Metius giù al forte abbandonato e ci ncamminiamo giù dal nevaio, dove non mancano un paio di numeri spettacolari fatti con arte sciistica sul manto indurito, ma solo a tratti, così che ogni tanto si apre sotto i piedi e si finisce o a pelle di leone o incastrati fino a i fianchi nella neve.

Fino al momento dei saluti dunque tutto ok. Per me e FF tutto ok anche nella parte successiva.

La sera dopo sento per telefono il Metius: il racconto che mi fa mi lascia senza parole. Si sono persi nella nebbia, hanno sbagliato canalone e hanno risalito quello sbagliato. Il povero Franc, che già era molto stanco quando ci siamo salutati, inizia a dare di stomaco per la fatica, probabilmente comincia anche a ad avere un po' di paura (più che lecita). Superano passaggi rischiosi cercando di affrettare i tempi prima che il buio li raggiunga.

Rimango attaccato al telefono mentre il Metius continua la sua storia. Cazzo, penso. Sono sollevato solo perché è lui che me la sta raccontando dall'altro capo del filo. Fortuna alla fine tutto bene. Anche Franc pare si sia ripreso riposando al rifugio tutto il giorno successivo.

In questi casi ci si pone la classica domanda: "io cosa avrei fatto?" Risposta: mi ci sarei infilato come un pesce. Cosa sarà mai un po' di nebbia. Già, cosa sarà mai...

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1/6/2005

È un grande giro... o un grande paradosso?

Lasciamo perdere l'asfaltatura della strada del colle delle finestre, lasciamo perdere l'assalto a cui zone delicate come quella che ho appena citato sono sottoposte in occasione del passaggio del Giro.

Lasciamo stare cose di cui invece bisognerebbe parlare, e molto.

Limitiamoci all'essenziale. Centinaia di persone che arrancano in bici o a piedi fino al cole delle Finestre per vedere passare il Giro d'Italia. Centinaia di persone non allenate, con bicilette vecchie, pesanti e magari un po' arrugginite che, nonostante l'età, la pancetta, l'abbigliamento inadeguato (visto qualcuno con bici senza marce e maglione di lana) vanno ad applaudire un centinaio di ragazzotti che altro non fanno che pedalare, si caricano di sostanze al limite del lecito (e a volte oltre il lecito), vanno su biciclette che pesano come una piuma perfettamente mantenute dai meccanici di un team e vengono pagati per pedalare.

Secondo me dovrebbero essere questi ultimi ad applaudire i primi e non viceversa.

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