30/5/2005

Molto forte, incredibilmente vicino

Le settimane corrono, la primavera volge al termine, la neve si squaglia, la vita continua. Il sole splende, oggi. Purtroppo non splendeva due sabati fa al Colle dell'agnello. Peccato. Devo trovare un lavoro che mi permetta di fare più gite infrasettimanali.

Mi sono scordato di raccontarvi una cosa. Tempo fa, leggendo l'inserto letterario del sabato su Repubblica, mi sono lasciato tentare da un'incipit. Per chi non lo sa, su detto inserto settimanalmente vengono pubblicate le prime righe di un romanzo. E così mi sono preso Jonathan Safran Foer: MOLTO FORTE INCREDIBILMENTE VICINO (Guanda € 16.50 pp. 384).

L'11 settembre fa parte di quelle cose che ci ricorderemo per sempre. È il più grande/grave attentato terroristico della storia. È stato il primo trasmesso praticamente in diretta televisiva. È stato il pretesto per scatenare la guerra in Iraq. Ma soprattutto è stato l'ultimo giorno della propria vita per qualche migliaio di persone (le stime numeriche erano, fino a poco tempio fa, e credo siano tuttora ancora imprecise).

Oskar ha nove anni e suo padre è morto nel crollo della prima torre. Ad un anno dalla tragedia, ancora non riesce a farsene una ragione (è possibile metabolizzare una cosa del genere?). È un ragazzo pieno di fantasia, che ama suo padre. Non riesce a capire come sua madre, che vede un'altro uomo e con lui trova la forza di sorridere, possa avere voglia di ricominciare. Non riesce a capire come il mondo possa andare avanti. Allora si fa dei lividi, come dice lui, e sfoga la sua fantasia creando cose bizzarre, come la camicia di becchime, per essere salvati dagli uccelli quando si precipita, oppure il sistema di tubature, per raccogliere dai cuscini dei letti dei newyorkesi le lacrime versate drante la notte e convogliarle nel laghetto di Centrl Park e trasformarlo, così, in un indicatore del grado di dolore della città.

Affianca la vicenda di Oskar una serie di lettere scritte dal nonno di Oskar a suo figlio (il papà di Oskar). Segnato per sempre (ha perso la parola) dal trauma di aver vissuto in prima persona il bombardametno di Dresda, durante la seconda guerra mondiale ed incapace di amare la madre di suo figlio.

Un romanzo sulla sofferenza, dunque. Sulla sofferenza di aver perso una persona amata nell'ambito di quella lotteria che è la Storia, quella con la a maiuscola, quella in cui si muore perché qualcuno lo ha pianificato. In un caso un'organizzazione terroristica, nell'altro caso una coalizione di stati nell'ambito di quella prosecuzione della politica con altri mezzi che è la guerra.

Manca purtroppo un tentativo di analisi sul perché, sul come mai dell'11 settembre. D'altra parte il punto di vista infantile non si presta ad un uso di questo tipo. Insomma, tanta emotività e poca storia, secondo uno stile che mi pare stia diventatndo il tratto distintivo di tanta narrativa statunitense e che alla lunga (e neanche troppo ala lunga) mi stufa. Non bastano due pagine di belle immagini e di alto stile per vivacizzare il tutto ed arrivare all'ultima pagina.

Commenti

paolo (5/31/2005)

giusto ieri sera ne hanno parlato a dispenser. La cosa che mi ha più meravigliato è che l'aggetivo che è stato usato più volte per descrivere l'opera è stato divertente. Divertente? Direi che ognuno legge a suo modo...

lascia un commento>>

6/5/2005

Perché vado in montagna. Una risposta per Alle

Beh, io credo che ognuno abbia le sue buone ragioni per andare per monti. Sarebbe bello che ognuno raccontasse le sue, penso che ne potremo ottenere un campionario di grande varietà. Io ad esempio ho re-iniziato intorno ai 27 anni. Dico re-iniziato perché i miei già quand'ero bambinetto mi portavano a fare escursioni in valle d'aosta, dove avevamo una bellissima casetta. Si partiva presto, con le prime luci dell'alba e si raggiungevano colli e rifugi dopo camminate anche impegnative, mi dommando ora se lo fossero davvero oppure fossero le mie tenere gambe di bambino a sopportare male la fatica.

Colli e rifugi, dicevamo, perché per noi famigliola, ovviamenete, le vette rimanevano qualcosa da guardare dal basso, con ammirazione e anche un po' di paura.

Poi la casa è stata venduta ed è venuta l'epoca della turbolenta adolescenza. Montagna? Chi ci pensa!? Sono altre le emozioni che si cercano a quell'età. Ragazze, bottiglie, rock'n roll, notti bianche (non di neve però).

Gli anni passano ed ho una fidanzata, la cosa che più ci accomuna è la musica. Qualche volta una passeggiatina per scappare dalla calura torinese, ma poco di più.

Arriva la crisi, che non è solo crisi dei sentimenti ma è una vera e propria crisi esistenziale: bisogna ritrovare uno spazio in cui si è soli, superare la vertigine. Ed è così che inizio a fare escursionismo, da solo, camminando con rabbia per sfogare tutta la mia frustrazione. Mi devo stancare, solo così riesco a trovare un briciolo di serenità. Macino dislivelli guardando dentro me stesso, ma presto inzio a guardarmi intorno.

Quell'ambiente che inizialmente mi serviva solo come spazio di sfogo diventa il protagonista. Riconosco le cime, le chiamo per nome. Imparo a conoscere i fiori, le piante, insomma a conoscere l'ambiente. La soddisfazione aumenta e anche la curiosità. Le cime, antichi tabù, diventano tutte altrettanti obiettivi da raggiungere. Scopro che i gradi bassi delle cosiddette difficoltà alpinistiche (Facile, PocoDifficile) non richiedono capacità straordinarie e sono affrontabili anche senza essere dei superman.

Intanto conosco Francesco, Giovanni, Andrea. Mi ricorderò sempre la mattina in cui, lasciammo il bivacco Carpano per raggiungere la cima dell'Ondezana: il mio primo ghiacciaio, affrontato con tuta da ginnastica, ramponi coi laccetti del babbo di Francesco e Giovanni, caschetto a prestito. Un'emozione vera, una prima volta indimenticabile.

Come vedi sono finito nella memoria, nella biografia, nella mia esperienza personale. Io sul Siula non credo che ci andrò mai, come su tante altre montagne lontane. Per il mio livello le Alpi hanno ancora così tanto da dare: l'avventura è a due passi da casa.

Commenti

marqula (5/7/2005)

la montagna. Indubbiamente un tema enorme, se di "tema" si può parlare, qualcosa già di per se imponente, una balena posata sulla pianura e ancora, con mille torri sulla schiena e guglie gugliette profondissimi abissi. Ci vivo da quattro anni (se consideriamo Boves montagna), allora due anni a 700 metri e adesso due a quasi 1000, tutti i giorni. Molti occhi diversi a guardarsi intorno. Addirittura certi sempre qui ma mai una parola. Personalmente io, a volte mi sento nella fortezza Bastiani. Si guarda il deserto e di là si attende.

paolo (5/9/2005)

giusto, caro marco. La montagna come posto per vivere e non solo come spazio del mordi e fuggi di noi avventurieri del fine settimana. Chi meglio di te? Certo la fortezza a cui fai riferimento non è incoraggiante... quella era il simbolo dell'attesa frustrata.

Francesco (5/24/2005)

io quello che mi chiedo è..ma vale la pena vivere senza andare in montagna?
Non è un paradosso, è proprio così: alla domanda perchè vai in montagna questo è quello che mi sento di rispondere.
Ovvero mi tagliano le gambe, mi incollano al mio computer mi fanno anzi il download del cervello su una scheda di memoria: che farei io? Se non posso fare un reset...beh direi che mi vado a scaricare un libro di Giampiero Motti
e se perdo la vista ...mah magari un pezzo in braille di Kurt Diemberger
e se perdo la faccia...beh al più mi facco attaccare alla pancia di un montone e se qualcuno chiede: a chi piace la montagna, vado in giro dicendo a Nessuno, a nessuno ...

lascia un commento>>

4/5/2005

David Trueba 'Aperto tutta la notte'

La famiglia. Se dovessi dare una definizione di famiglia la definirei "un'accozzaglia di persone che non hanno niente in comune tra di loro", a parte i geni, credo.

Ed è proprio la famiglia, una caotica famiglia di Madrid, la protagonista di questo libro di Trueba, che ho scoperto grazie alla dritta del mio amico Paolo. Con mio grande stupore, ho superato piuttosto agevolmente il problema posto dal numero smodato di protagonisti (per me imparare il nome di un nonno, una nonna, papà e mamma e sei figli è già un successo) e ho seguito il filo delle loro vicende tragicomiche.

Il nonno è un invasato che conversa quotidianmente con Dio. La nonna, sana come un pesce, trascorre la vita a letto. I loro sei nipoti rappresentano tutti diversi gradi diversi di sfiga ed incarnano i problemi tipici della loro età. Dai casini di coppia del maggiore, Felsìn, all'acne che devasta il viso di Basilio e lo costringe a ricorrere alle cure di uno psicologo, al fascino che se da una parte rende irrestibile Nacho agli occhi di tutte le donne dall'altra lo ha reso cinico all'eccesso, ai primi turbamenti sessual-adolescenziali di Gaspar, per giungere alla sindrome di Latimer (patologia psicologica) che affligge il piccolo Matias e ai normali problemi del più giovane Lucas, alle prese con le difficoltà di guadagnarsi spazio in un simile guazzabuglio.

In mezzo i due artefici di una tale famiglia: una mamma premurosa fino al sacrificio totale di sé ed un padre, che vorrebbe poter smettere per un po' di essere un padre e tornare ad essere una persona. Ma, come preannuncia Dio stesso a Nonno Abelardo 'ci saranno in egual misura dolore e piacere, solitudine e compagnia, schiaffi e baci'.

Raccomandabile per chi è convinto che la propria famiglia sia un disastro.

http://www.feltrinelli.it/SchedaLibro?id_volume=1383605

Commenti

paola (5/4/2005)


"Il mangiatore di pietre" di Davide Longo. E'ambientato in una delle valli che dovresti conoscere molto bene: la Val Varaita.

http://www.marcosymarcos.com/mangiatore_di_pietre.htm

Paola

Old John (5/5/2005)

....stuzzicato...
l'ho scritto il 17/01 a proposito del "mangiatore di pietre" :

Immaginate di leggere un libro giallo ambientato dove abitate. Ma non pensate di abitare in città.

Pensate di vivere in Val Varaita e di conoscere bene stradine, dossi, cumbai, rii e torrenti, montagne e baite, di risalire la valle e le borgate raggiungibili solo a piedi, immaginatela nel freddo della fine estate e con due dita di neve.

All’inizio le similitudini non lasciano fluire il racconto così facilmente, poi cercherete di capire in che anno siete : oggi, l’anno scorso, 10 o al massimo 20 anni fa? Questo forse non riuscirete a chiarirlo, perché in valle gente che vive con quattro vacche, l’A112 caffelatte e il Fantic da trial ce n’è ancora abbastanza.

Da principio il ritmo è quello di questa vallata verde, povera in basso e ricca di pascoli, pietre e neve in alto, poi i protagonisti stendono la loro povera vita di emigrati rientrati in valle senza fortuna, diventa una storia odierna, famiglie divise, immigrati, il silenzio di chi non ha troppe parole per descrivere ciò che è stato.

Un pizzico di sesso, appena dopo la metà libro e un paio di cambi di finale sanno far capire che l’autore non è un novellino, ma il noir finale lascia il sapore dell’autunno dei poveri nella boscosa Val Varaita.

Personalmente ringrazio Davide Longo piemontese che ci regala questo romanzo che lascia trasparire la bellezza unica di certi angoli come Ciampanesio piccola alpe al limitare del bosco dell’Allevè, la più grande cembreta d’Europa, e ringrazio soprattutto Paolo e Daniela parenti e amici fidati che a Natale hanno saputo regalarmi ciò che aspettavo con piacere e curiosità….

E il Marqula che ne pensa?

marqula (5/7/2005)

commento tardivo, causa tardiva lettura del blog di Paolo. Comunque, un saluto a todos.

Il mangiatore di pietre mi è piaciuto molto e sicuramente Davide è parecchio bravo. Un romanzo che ho letto molto in fretta, l'ho divorato, non come una pietra, forse come un tomino amaro (?). C'è stata in gennaio una interessante presentazione di quel libro qui a Rore, con un incontro con l'autore e accesissimo dibattito. Impossibile riportare tutte le discussioni, penso che comunque a Davide Longo siano capitate poche presentazioni così...
Molto belli questi personaggi determinati, marionette manovrate dal loro destino, senza mai pentirsi, un coltello nella micca del quotidiano.

Ma Agota Kristof? che se ne pensa?

lascia un commento>>

3/5/2005

Il culo del duomo

Una cosa che mi stupisce di milano è la quantità di turisti che vengono a visitarla. Nel mio stereotipo, costruito in anni di discorsi pieni di pregiudizi da torinese, milano non può essere una città turistica. A milano si va per lavorarci e basta: milaàn che te da il pan. Ed invece è pieno di turisti, perlopiù orientali, credo giapponesi.

Arrivano a frotte in piazza duomo e scoprono che la facciata è completamente nascosta dalle impalcature del cantiere che sta procedendo al suo restauro.

Così ci girano tutti intorno e vanno a fotografare la zona dell'abside. Non potendo fotografare la faccia, vanno a fare la foto del culo.

Allora ho pensato che anche noi, quando abbiamo un brufolone in fronte, oppure ci siamo tagliati facendoci la barba e,insomma, siamo proprio inguardabili e qualcuno ci vuole fotografare, dovremmo girare le spalle e mostrare le terga. :-)

Commenti

khula (5/3/2005)

ciao, non c'entra niente col culo del duomo, ma te lo lascio qua per comodità e pure piacere di altri.
Se non l'hai ancora fatto procurati Heavy Trash degli omonimi.
Progetto parallelo del dirty bastard John Spencer.
Piantala di fare il fighetto e donati un po' di rock.
ciao :-)

lascia un commento>>