
23/4/2003
La 25a ora
Vorrebbe essere un film duro, ma finisce per essere soprattutto un film frignone. La recriminazione su ciò che è successo, sia a livello collettivo (l'11 settembre) sia a livello individuale (la vicenda di Monty/Norton, lo spacciatore protagonista del film che vive la sua ultima giornata prima di entrare al penitenziario) percorre tutto il film.
Alla fine infastidisce. Il cortocircuito appare senza vie d'uscita: i soldi facili sono un valore assoluto, quindi per ottenerli ogni metodo è buono, quindi prospera la delinquenza, quindi la società americana è malata, quindi ti becchi un aereo che ti tira giù un grattacielo, anzi due.
Non convince, appare una scorciatoia un po' semplicistica. Dramma individuale e dramma collettivo non vanno quasi mai d'accordo nelle oltre 2 ore dell'ultimo film di Spike Lee.
Quello collettivo viene liquidato con una sequenza in cui monty si guarda allo specchio e la sua immagine riflessa si lancia in una tirata in cui manda a cagare tutte le etnie che popolano New York. Quello individuale, invece, alla fine della sequenza stessa: Monty manda a cagare se stesso, per tutte le volte che avrebbe potuto tirarsi fuori, mettere la testa a posto, ma non l'ha fatto.
Il resto è tutto un susseguirsi di quelle situazioni e quei dialoghi cinici che il cinema americano (ameriKano) ci propone ogni volta. Tra questi spicca la discoteca: luogo di incontro per eccellenza di sesso, droga, privilegio e delinquenza nascosta dietro le quinte. Tutti in coda per entrare. Tutti in cerca del proibito.
Ma qui ormai sto lavorando di fantasia. In realtà il film lascia solo la consapevolezza che una società del genere non solo si merita un 11 settembre, ma qualche disgrazia ben maggiore.
A seguire due recensioni, una di kataweb e una di yahoo
www.kwcinwma.kataweb.t/...
http://it.movies.yahoo.com/...
19/4/2003
Verso il Gran Paradiso
In cima al Gran Paradiso non ci siamo arrivati. Ci siamo fermati più o meno alla Schiena d'asino.
Eppure non sono deluso. La gita non va valutata dal conseguimento della vetta, ma dalle sensazioni che ti permettere di vivere passo dopo passo. Il nostro tentativo al Gran Paradiso di emozioni ce ne ha regalate a piene mani.
Per la prima volta mi trovo a salire nottetempo. Sono più o meno le tre quando parcheggiamo la macchina di Dave nello slargo vicino all'attacco del sentiero che conduce al rifugio Chabod. La luna illumina i preparativi con cui Davide, Dave ed io ci apprestiamo alla nostra impresa. Da parte nostra noi la aiutiamo con le nostre pile frontali.
Il morale è alto. Non sento la mancanza delle ore di sonno. Si scherza e si ride: "le persone normali a quest'ora del sabato sono a ballare", eppure io non cambierei con nulla le sensazioni che provo salendo il folto bosco di larici che ci separa dal rifugio.
Le montagne tutto intorno sono sagome scure decorate dall'azzurro della neve. La luna filtra tra i rami scheletrici. Per lunghi tratti possiamo fare a meno delle pile frontali.
Alla fine del bosco possiamo finalmente calzare gli sci. La perturbazione annunciata dal meteo (www.nimbus.it) sembra ancora lontana e le uniche nuvole che si fanno vedere sono, guarda il caso, verso il colle del Nivolet.
Giungiamo presso il rifugio Chabod quando il giorno rischiara il cielo dietro alla becca di Montandayné. Le luci del rifugio sono tutte accese: troveremo un bel po' di gente lungo la salita. Dave accusa la mancanza di riposo, ma questo non gli impedisce di salvare prima la mia boraccia, poi la mia giacca quando queste, un po' per mia distrazione un po' per le mani intirizzite, mi scivolano di mano. Io al contrario mi sento pieno di energia e tiro il gruppo fino al ghiacciaio del Laveciau, dove ci fermiamo per legarci in cordata.
È la mia prima cordata sci ai piedi e trovo difficoltà a mantenere la distanza da Dave. Più di una volta mi trovo con gli sci sulla coda delle sue racchette, così mi devo fermare e lasciare che la corda si distenda. È un comportamento pericoloso: in caso di caduta non potrei essere di grande aiuto al mio compagno. Ma i crepacci sono in gran parte ancora chiusi e l'esposizione ovest dell'itinerario preserva la durezza della neve.
Con il sole arriva anche la stanchezza. Sono le dieci e la cima è ancora molto lontana. La sua parete nord-ovest incombe su di noi. Sono d'accordo con Davide che ci va un bel coraggio per affrontare quel ripido scivolo di ghiaccio.
Alle 11 molliamo e decidiamo di scendere, tanto più che le nuvole iniziano a ad affacciarsi dalle cime tutt'intorno a noi. Ci fermiamo a mangiare e ad ammirare la mole massiccia del Bianco, il profilo squadrato del Dente del Gigante e poi, più vicine a noi, il Grand Nomenon, la Grivola.
La discesa, splendida nella parte alta, si trasforma in un vero inferno nella parte bassa. La neve è molle e priva di fondo. Anche con gli sci ai piedi a volte si sprofonda fino alla vita. Uscirne è difficile come uscire dalle sabbie mobili. La cosa si fa ancora più complicata quando entriamo nel bosco. Nel tentativo di superare un tratto più ripido cado praticamente a testa in giù e fatico per buoni 5 minuti per ritornare in piedi. Sono stremato e raggiungo la macchina cristonando e smoccolando. Solo la rabbia mi ha permesso di trovare le forze necessarie.
Mi cambio quasi in trance e mi addormento di schianto sul sedile di dietro. Mi sveglio che siamo già quasi ad Aymaville, dove abbiamo appuntamento per una birra con Giovanni e Francesco, che scendono dalla val di Cogne dopo essere saliti sul Gran Serz.
Mentre stiamo per entrare in piola ci raggiunge una tristissima notizia. C'è stato un incidente in val Susa: a causa della scarsa visibilità è precipitato un elicottero che effettua il servizio di eliski. Tra le vittime la nostra guida Mario Perona. Poche settimane fa scendevamo con lui dalla Porta Nera verso Zermatt. E' stato per merito della sua pazienza nell'insegnamento che la discesa per me ora non è più un 'male necessario' dello scialpinismo ma è un momento di autentico divertimento.
Il suo ricordo sarà con noi durante ogni gita.
Commenti
giovanni (4/22/2003)
Scendendo in auto, lungo l’autostrada della Valle d’Aosta, sabato ascoltavamo la sinfonia n° 6 “Pastorale” di L.V. Beethoven. Oggi, mattina di Pasqua, mentre cerco di focalizzare mille pensieri, zapping alla tele: c’è la stessa sinfonia, corale, densa, reale, poetica, appassionata. Massimo Mila non poteva scindire la musica sinfonica dalla montagna. Ieri poteva essere una giornata di festa. In una finestra di bel tempo, io e Francesco, siamo riusciti a salire in giornata sul Gran Serz (m.3552), con partenza da Valnontey (m1660) in Val di Cogne. La sveglia suona alle 2.45. Alle 4.20 a Torino a recuperare il fratello. Alle 6.00 in marcia lungo la comoda mulattiera eretta per le cacce reali. Alle 7.20 calziamo gli sci. Alle 9.00 siamo a quota 2900, fuori percorso. Ci riportiamo sulla retta via, di fronte allo scivolo ghiacciato della nord, alle 10.00 circa. 23 anni fa, a 15 anni, qui avevo compiuto, grazie all’aiuto di un paio di Salesiani malati di montagna, la mia ultima grande impresa di gioventù: la nord del Gran Serz. Sono le 10.00 di mattina e mi ritrovo alla base di questo scivolo ghiacciato, la nostra via prosegue ora relativamente facile a sinistra. Dopo quell’ultima boutade, avevo giustamente fatto esclusivamente cazzate. Tutta la serie completa, ma proprio completa! Poi dieci anni fa conosciamo Mario.Mi ero finalmente deciso ad iscrivermi ad un corso di alpinismo. Direttore di quel corso era un ragazzo della mia leva, calmo, sicuro, estremamente dotato per l’insegnamento dello spirito e dell’animo della montagna. Stamattina riguardo le foto del ’93 con le doppie, i facili passi d’arrampicata, il Castore. Poi lui ha dato una svolta alla sua vita. Ha piantato il tranquillo impiego da magazziniere e si è iscritto all’Univerisità della montagna: il corso guide. Certo era dotato, certo avevo lo spirito, ma entrare e diventare guida è affare per pochi. Le nostra strade ogni tanto si incrociavano. Magari ad un salone della Montagna. Poi ultimamente sempre più sovente. Ci siamo rivolti a lui perché ci accompagnasse oltre i 45° su ghiaccio. Oltre il 3° grado su vie classiche d’alpinismo Quest’anno sugli sci. Noi li consideravamo mini corsi di miglioramento. 3 – 4 uscite in cui andavamo ai nostri limiti per guadagnare maggiore sicurezza e capacità. Mario, a mio avviso, era diventato più duro, più bravo, ma meno conciliante. Ma forse negli anni lo sono diventato anch’io. Ora sto salendo sull’ultimo tratto di ghiacciaio, le roccette finali della punta del Gran Serz sono una cinquantina di metri sopra di me. Francesco è quasi in punta. Non sono neanche 5 ore che siamo in marcia. Attacco anch’io l’ultimo tratto. A metà ci incrociamo con Francesco che sta scendendo. Sulla punta ci sta una sola persona per volta. Dalla punta guardo la cresta nord dalla quale ero arrivato 23 anni fa, in 11 ore di salita partendo da Cogne. Ridiscendiamo sci ai piedi, la perturbazione prevista si sta avvicinando a grandi passi e anche se oggi siamo particolarmente in forma, non vogliamo trovarci infognati in mezzo alla nebbia, come domenica scorsa sul Giusalet. Prima crosta non portante, poi una neve acquosa che sprofondi fino alla cintola. La discesa ci tiene allerta fino ai 2.100 mt dove ci togliamo gli sci e li rimettiamo sullo zaino Scendendo lungo la mulattiera ci fermiamo sovente a rimirare l’alta Val di Cogne. Di montagne ne abbiamo già girate, ma Paradisi come questo non ne esistono molti. Secondo me questa valle ha anche un profumo particolare, unico, fragranze alpine miste alla brezza dei ghiacciai. Alle 14.30 siamo alla macchina. Ci premiamo con un paio di bicchieri di panascè (birra+gazzosa) ed un bel paninazzo. Telefonicamente sentiamo i nostri amici Paolo e i due Davide di Pinerolo, che nella parallela Valsavaranche, hanno tentato il Gran Paradiso in giornata. Decidiamo per un comune brindisi in birreria ad Aymavilles. Mentre scendo dalla macchina squilla il telefono, nostro fratello Paolo ci avvisa che in un incidente d'elicottero, vicino alla punta Ciatagnera è mancato il nostro comune amico, istruttore e guida Mario Perona. Infiniti ricordi personali. Grazie Mario perchè ci hai accompagnato in tante alpinistiche e scialpinistiche Grazie soprattutto perchè ci ha insegnato lo spirito e l'animo della montagna. Dedico a te questa punta: il Gran Serz.
17/4/2003
Il Blob di rai 3
Il Blob di rai tre è un grande programma. Ma io non riesco a guardarlo. Tutti i casi umani che vengono passati ogni sera all'ora di cena, i politici che urlano nei vari porta a porta, le veline scosciate mi mettono ansia. Mi sento in imbarazzo per loro. Fossi in loro, vorrei scomparire. Non essere mai nato.
La sensazione che provo è così fastidiosa che devo cambiare canale. E dire che l'idea è splendida: condensare in un quarto d'ora tutto il pattume catodico che la televisione ci propina ogni giorno. Una sorta di vaccino contro l'idiozia: ne assumi una dose e così rafforzi le difese immunitarie.
Ma io non ci riesco.
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Agata (4/22/2003)
Questo articolo mi ha dato modo di reincontrarti, e che quindi sia benedetto, ma permettimi di non essere d'accordo con te. E' vero, è terribilmente triste una striscia continua di parlamentari incazzati o sparanti cazzate, di tette e di culi in fascia protetta (penso che quando Maria Sole / Giacomo sarà in grado di capire butterò via, da mamma protettiva tutte le televisioni di casa), di scene splatter tratte da film di serie Z, ma è altrettanto vero che le altre trasmissioni televisive, a partire dai telegiornali (calcola che è chiamato TG anche quel rotocalco di Studio Aperto) ci propinano le stesse immagini seriamente. Quanto meno Blob lo fa con l'animo canzonatorio di chi dice: in che cazzo di stato viviamo. I TG danno come notizia, prima ancora di parlare di colpi di stato o di ribellione in qualche stato sperduto del sud del mondo, del calendario della Canalis o del nuovo album di Tiziano Ferro. Ci lamentiamo che abbiamo generazioni di ragazzini rincoglioniti che confondono politici con pornodive, ma forse non ci rendiamo conto che (vergogna IRAQ a parte) i TG parlano di tette culi e polemiche ma non di Venezuela o Argentina. Penso che un po' più di Blob e un po' meno Papirazzi non farebbe male a nessuno Comunque complimenti per il sito. Mi sto leggendo i vecchi articoli e vedrò di dissentire anche su altri argomenti Ciao
paolo (4/22/2003)
Beh, che dire! Non ci si vede da anni ma sei sempre la solita Agata battagliera! Ben venga chi ha opinioni diverse dalla mia. Sempre. Sono d'accordo con te che ci va sicuramente più coraggio ad affrontare il lerciume televisivo che a rifuggirne, come faccio io...
janis (10/28/2005)
oggi la decadenza della società,purtroppo,é davvero evidente..e la coscienza viene sedata dall'oblio..blob spesso ha picchiato con le sue immagini questa quindicenne
che non si vuole adeguare al gregge idiota,che non vuole subire questa cleptocrazia...e potrei continuare fino all'infinito,ma devo concludere..
GRAZIE BLOB!
14/4/2003
Scaldare i muscoli
Durante questo weekend gli sci sono rimasti fermi, appoggiati alla libreria ai piedi del letto. Le pelli sono rimaste ripiegate nel cassetto. Gli scarponi nella scatola di cartone sotto il mobile.
Per scaldarmi le gambe in vista della ormai imminente partenza per la Bretagna ho tirato fuori quel vecchio, ma glorioso, catenaccio della mia mountain bike e mi sono messo a bighellonare per la collina di Torino.
Una quarantina di km in tutto. Nulla rispetto alla dose quotidiana che ci aspetta nel piovoso angolo nord-ovest della Francia, dose a cui i miei compagni di avventura sembrano, inoltre, già tutti abituati.
Ancora una volta ho notato come i saliscendi della collina dalle parti di Cordova, Pavarolo, Baldissero, Valle Ceppi, Pino siano paragonabili ad un ottovolante. Si susseguono umide vallette in cui la strada si va ad incassare per poi risalire sulla costa che separa dalla discesa successiva, talvolta la strada corre lungo la costa offrendo ampie viste sul Monferrato. Le strade sono, fortunatamente, poco percorse: basta restare lontani da Chieri e dalla strada del traforo del Pino.
E poi che goduria sentire l'aria tiepida sulla faccia ed i raggi del sole che scaldano la schiena.
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marqula (4/16/2003)
Eh, che belle quelle stradine, e in effetti, lontano dai grossi centri non c'è neanche traffico e quelle salite e discese sono fantastiche, quando si scopre alla vista una nuova discesa o una nuova salita e gira il pedale la mente fresca e sgombra, questo un po' mi manca ora che sono così lontano. Buona Bretagna, amici!
Alice (12/20/2004)
Ciao! Io abito appunto a Pino e trovo che sia piacevole svegliarsi in mezzo al verde, che in qualche modo echeggia la natura che si ritorva in val varaita, anzichè la grigia città di Torino! Comunque se non ti piacciono le strade affollate prova la panoramica ,verso superga, lì non è niente male!
P.s. un bacione a Marqula!
11/4/2003
Le leggi della stupidità
La stupidità è un modo di relazionarsi con il prossimo. Anche l'intelligenza lo è, se per questo.
È questa la teoria che sostiene Carlo M. Cipolla in Allegro ma non troppo (ed. Il Mulino). L'origine della stupidità umana è genetica: si è stupidi così come si hanno i cappelli castani. Tant'è che la probabilità che una persona sia stupida è indipendente da qualsiasi altra caratteristica della stessa persona.
Ma finché uno stupido sta zitto e fermo, quasi non ci accorgiamo della sua esistenza. I problemi iniziano quando lo stupido parla oppure, e questo è peggio, agisce. A questo punto la stupidità da potenza diventa atto ed iniziano i problemi seri.
Come riconoscere un'azione stupida? Semplice. Da ogni azione traiamo vantaggi oppure perdite: economiche ma anche psicologiche (gioia, tristezza). Ogni nostra azione, inoltre, ha delle ricadute sulle persone che ci stanno vicino (che a volte sono i destinatari intenzionali delle nostre azioni, ma non necessariamente) . Non solo. Alcune nostre azioni hanno delle ricadute sulla società nel suo insieme. Mi riferisco a quei gesti, magari quotidiani, che nel contesto della vita dei singoli appaiono trascurabili, ma che aggregati a livello di società possono avere delle conseguenze rilevanti per tutti.
Pensiamo, ad esempio alla raccolta differrenziata dei rifiuti, oppure certi comportamenti troppo disinvolti che teniamo quando siamo al volante della nostra automobile.
Vengo al dunque. Lo stupido, secondo questa teoria, è colui che causa un danno ad un altra persona o gruppo di persone, senza nel contempo realizzare alcun vantaggio per sé, o addirittura subendo a sua volta una perdita.
È facile capire che le persone intelligenti sono, invece, quelle che ricavano dalle proprie azioni guadagni per sé e per il prossimo. Le vie di mezzo sono i banditi (vantaggi per sé a scapito di svantagi per gli altri) e gli sprovveduti (avvantaggiano il prossimo ricevendone una perdita).
Cipolla si sofferma sulla pericolosità degli stupidi: essendo irrazionali colpiscono di sorpresa, ed è quasi impossibile difendersi dai loro attacchi. Lo stupido sbaglia i conti: non sa che sta andando incontro ad una perdita. Non ha malizia, né rimorso, né ragione.
Eppure la sua leggerezza ha un fascino quasi irresistibile. Sia che lo si guardi col piglio freddo e distaccato dello studioso, sia che ci si interessi a lui con umanità ed animo sensibile, lo stupido ci riempie di meraviglia.
Ma di questo parleremo un'altra volta.
5/4/2003
Monte Chaberton (mt 3130)
Lo Chaberton non è solo la massiccia piramide rocciosa che svetta sopra Cesana, in alta Val Susa (To). E' anche un monumento che celebra il perpetuarsi nei tempi della stupidità umana.
Sulla sua sommità, infatti, si trovano le rovine di quella che, ai tempi della sua edificazione, venne celebrata come la più invincibile, ed alta, fortificazione alpina. I Francesi lo resero inoffensivo, bersagliandolo coi mortai da distanza, in un paio di giorni all'inizio della seconda guerra mondiale.
Il fortino fu edificato, ad oltre 3000 mt. d'altezza , sulla fine del XIX secolo. Posso solo provare ad immaginare lo sforzo necessario per realizzare un'opera simile: sforzo fisico di militari e animali, ma anche sforzo economico. Per cosa? Per proteggere i sacri confini della patria dai francesi. Gli stessi francesi da cui, oggi, non ci separa neppure più un posto di frontiera.
In Europa qualche passo avanti è stato fatto da allora. Nel resto del mondo a quanto pare no. Sono questi i pensieri che mi girano per la testa mentre guardo ciò che resta delle otto torri, che del fortino costituiscono la parte esterna e sulla cui sommità si trovavano i pezzi di artiglieria, mezzo sepolte dalla neve.
Il resto del fortino è scavato nella roccia sottostante, ed è in gran parte invaso dal ghiaccio. Così ci racconterà, a fine gita e davanti ad un boccale di birra, il signor Franco. Davide, Giovanni ed io stiamo ad ascoltare e cerchiamo di immaginarci questa specie di grotta di ghiaccio, in cui un secolo fa giravano i militari imbacuccati ed echeggiavano gli ordini dei superiori rompiscatole.
La salita è allietata dal sole solo nella seconda metà. Questa volta siamo stati mattinieri, alle 7.30 siamo già in cammino nel Vallon de Baisses. L'esposizione ovest della gita ci impedisce di goderci direttamente i raggi del sole, ma lo spettacolo delle cime che si accendono una dopo l'altra intorno a noi è una ricompensa sufficiente.
Giunti nei pressi della seggiovia dell'Alpet pieghiamo a destra verso il ricovero delle Sette Fontane ed il colle dello Chaberton, che si mostra decisamente spelacchiato. Non mascheriamo il nostro disappunto: ci aspettavamo un innevamento ben più consistente, soprattutto dopo le piogge dei giorni scorsi giù in pianura.
Tra il colle e la cima la neve non è ancora ben trasformata, così mi preparo psicologicamente ai ruzzoloni della discesa. Franco, fisicamente non al 100%, si ferma poco dopo il colle. In cima ci godiamo una vista a 360 gradi sulle montagne dell'alta Val Susa ma soprattutto sui 4000 del Delfinato. Il vento è comunque tagliente, così non stiamo troppo a pensarci: Davide si allaccia la tavola ai piedi, Giovanni ed io stringiamo gli scarponi ed iniziamo la discesa, che in fin dei conti si rivelerà meno tragica del previsto. Assaggio la neve solo un paio di volte (per me un record positivo) nel tentativo di fare qualche manovra da fighetto.
La maggior parte degli sciatori che incontriamo parla francese, ci salutiamo ognuno nella sua lingua eppure io non sento nessun bisogno di sparare loro addosso.
Commenti
paulinchen (4/9/2003)
se si tratta di monti, mi astengo dal lasciare dichiarazioni..è una questione di imperizia. volevo solo complimentarmi per la varietà degli argomenti e la sobrietà e accuratezza dell'espressione. e bravo linchen!
Roby (7/29/2003)
..."un monumento che celebra il perpetuarsi nei tempi della stupidità umana." ...mi sa che l'hai costruito te!
dadala (3/24/2004)
spettacolo...............................................
ranieri (5/20/2006)
ho letto con attenzione. Dico solo che bisognerebbe avere un po più di rispetto per le persone che anno lavorato ed anno dato la vita per un ideale che allora sicuramente era diverso da quello di oggi. Porta almeno rispetto.
paolo (5/22/2006)
A distanza di tempo qualcuno torna ancora sempre a rimproverare il tono ed il contenuto di questo mio scritto.
Forse è la prola stupidità che non piace: ma ricordo sempre che secondo la teoria del C.M.Cipolla stupido è chi, procurando danno ad un altro, non produce vantaggio a sé stesso. La vicenda dello Chaberton mi sembra rientrare a pieno titolo nella tipologia.
In ogni caso il problema è sempre il solito: anche chi metteva al rogo gli eretici, o chi credeva di guarire dalle malattie togliendo il sangue ai malati, dal nostro punto di vista, è stupido. È vero: non sapeva quello che sappiamo noi. Ma il culto dell'ignoranza non porta da nessuna parte: ci sia almeno concesso di ridere sugli errori commessi dai nostri avi.
3/4/2003
Volevo essere Lou Barlow
Chi mi conosce da un po' di tempo sa che c'è stato un periodo della mia vita in cui suonavo. Giocavo a fare il rocker. Eh sì. In particolar modo suonavo il basso. No, non il contrabbaso: troppo impegnativo ed ingombrante. Io suonavo il basso elettrico. Il chitarrone a 4 corde che fa "plom plom", per capirci.
Strimpellavo anche la chitarra. Ma tecnicamente deficitavo, soprattutto sulla chitarra. Col basso ancora ancora mi difendevo.
Ho tentato il passaggio alla chitarra per vedere se ero in grado di scrivere qualcosa di mio. Proprio così: in cuor mio cullavo il sogno di scrivere canzoni. Con gli anni ho realizzato di essere privo di ciò che serve per cimentarsi in questa avventura: il talento.
Ma forse c'è una cosa che sanno davvero in pochi: io avrei voluto essere Lou Barlow. Lou chi? Lou adesso ha 37 anni ed è una delle colonne portanti del rock indipendente americano. Prima coi Dinosaur Jr, poi coi Sebadoh (chi scoprisse cosa vuol dire me lo faccia sapere), infine coi Folk Implosion, questo ragazzo con la faccia da nerd sa scrivere quelle canzoni che io avrei voluto saper scrivere.
In un certo senso questo mi scarica di una bella responsabilità. Diciamo che sarei stato un Barlow all'italiana...
Ma torniamo a Lou. I suoi dischi sono, secondo me, molto belli. Ma il motivo per cui oggi vi parlo di lui è un altro. Nel suo sito personale (www.loobiecore.com) potete scaricare ed ascoltare le tracce che questo piccolo genio registra in casa sua con un piccolo registratore multitraccia.
Nel corso degli anni ne ha collezionate un bel po'. Sono approssimative nel suono, talvolta anche nella struttura. Ebbene, mi ricordano tantissimo le cassette che pure io registravo in camera mia con la mia chitarra ed (aaaargh) la mia voce.
Ascoltate le sue canzoni, è meglio...
eccone uno a titolo di esempio, le altre le trovate nel sito.
lazy mind (4.6 Mb)
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yorco (9/7/2003)
ciqao le tue parole mi hanno colpito e un po mi rappresentano anche se
credo che la musica di barlow sia musica di regime !!!!
ho ascoltato i suoi pezzi acustici sul suo sito non mi sono piaciuti per niete, molto autentici ok, ma veramente troppo folkore americano e poco raffinatezza ... pensa quanto chitarra e voce sia più fragrante e intenso nick drake o jim o'rourke ma si, anche david grubbs (gastr del sol) tutti americani si ma meno patrioti grungettari.
è tutto.
ciao ciao lucabentivoglio@libero.it
1/4/2003
Jonathan Coe - L'amore non guasta
O forse sì. O forse per uno come Robin non c'è amore che tenga: troppo depresso per lasciarsi aiutare, troppo intellettuale, troppo frustrato nelle sue aspirazioni di scrittore/docente, troppo inserito nei meccanismi soporiferi dell'università di provincia.
L'amore troppo intellettualizzato, cerebralizzato si svuota delle sue proprietà benefiche. L'amore richiede impegno: non basta innamorarsi. Va coltivato come una pianticella, curato, alimentato. Ricordandosi che, nonostante tutti gli sforzi e le migliori intenzioni, può andare a finire male.
E l'amicizia, poi? Dove la collochiamo? Tra uomo e donna viene prima dell'amore? Può esistere dopo? Oppure è di natura completamente diversa? Io, personalmente, non l'ho mai capito. Mi sento sempre un po' in bilico. La maggior parte delle mie amiche invece è più che risoluta in proposito: sei un amico, e basta. (O forse dovrei dire: sei un amico, giù le mani!)
Ma qui mi son già spinto oltre le parole di Coe. Non c'è allegria in questo libro, l'atmosfera è greve. In effetti "uscendo" dal divertimento di Felicità, mi son dovuto un attimo riabituare ad un'atmosfera più seria e riflessiva, più psicologica.
Ancora una volta, comunque, Coe mi lascia soddisfatto. Una lettura che intrattiene e fa riflettere.
L'amore non guasta (feltrinelli, pp.192, euro 6,5)
Commenti
paulinchen (4/9/2003)
Evviva l'amore intellettuale. E' una passione che non conosce tempo, che brucia più dell'amore puramente sensuale, che comunque non è mai tale perchè tutto passa attraverso la nostra testa. Urrà per i neuroni, urrà per le sinapsi!
paola (4/14/2003)
..io penso che alla fine l'Amore finisca sempre con il "guastarci". In un modo o nell'altro. L'illusione più grande, è credere che un giorno smetterà di farlo. Ciao.