31/3/2004

Franz Ferdinand

Sembra di essere tornati indietro di vent'anni. Alla new wave dei primi ottanta. Un periodo che per motivi anagrafici non ho vissuto un granché sulla mia pelle. Ho cercato di recuperare dopo. A metà anni novanta. Ma allora oramai infuriava il revival del pop da classifica, degli one hit wonder e la new wave rimaneva una cosa di cui leggere nelle riviste specializzate.

Suona anni 80 l'esordio dei Franz Ferdinand, quartetto di Glasgow che con questo disco ha già fatto gridare al miracolo quasi tutta la stampa musicale europea.

Il gruppo è nato con l'intenzione di divertirsi e di far ballare le ragazze (questo è quanto sta scritto nella loro cartella stampa). Ha scelto il nome perché è musicale e perché ha la doppia f (il riferimento storico all'arciduca d'austria ucciso a Sarajevo nel 1914 non vi tragga in inganno) e non per impartire una lezione di storia. Il disco ha una copertina orrenda. Una delle più brutte viste negli ultimi anni. Ma per fortuna i dischi non si giudicano dalla copertina.

Ascoltatevi un pezzo come Take me out: parte a razzo, rallenta, si trasforma in un tempo spezzato, poi prosegue alternano ritmi nevrotici a melodia. Che cosa si può volere di più?

Ho letto una recente intervista sulle pagine di Mucchio. Alex Kapranos (ma da dove arriva uno con un nome così?) ammette: Qunado sento musica che si può ballare, suonata però con una chitarra, ecco allora impazzisco, per me è il massimo.

Suona rumoroso, eppure sempre elegante. Diretto e sufficientemente articolato in tutti gli undici brani di cui si compone il cd. Alcuni cambi di temppo sono spettacolori. Energia e malinconia messe assieme. Rabbia e fantasia.

Non so se alla lunga potranno stufare. Forse un po'. Ma non pensiamo al domani, e godiamoci il primo bel frutto del 2004.

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24/3/2004

simboli o gadget

Sono oggetti o qualcosa in più?

Un velo, una croce, una spilla; ma anche una croce uncinata, un falce e martello, una sciarpa bianconera. Sono solo pezzi di stoffa o di metallo sagomati in un certo modo?

Se sono solo oggetti, gadgets, allora possono essere esibiti senza problemi; come un cappello, una giacca, un tipo di scarpe, una collanina. È look, estetica, moda.

Ma a quanto pare sono qualcosa in più. Sono simboli. Sottointendono l'adesione di chi li porta a un insieme di idee, un codice di comportamento, un qualcosa da difendere e da diffondere.

Io sono per una società tollerante e libera, dove i privati cittadini possano esibire tutti i simboli che vogliono, sia ben chiaro, nel rispetto degli altri.

Ma non in una scuola. Io non vorrei che a mio figlio fosse inculcata alcuna ideologia da parte di qualunque insegnante. So benissimo che è possibile fare ideologia anche in camicia e pullover oppure in tailleur. Ma, a maggior ragione, lasciamo i simboli fuori dalle scuole.

Insegnamo a riconoscerli, piuttosto che esibirli.

Commenti

Nives (3/25/2004)

Dove e quando i liberi cittadini possono esibire i loro simboli? Nel tempo libero e non sul lavoro? perché una suora in ospedale non ci inquieta e una mussulmana a scuola si? Forse perché siamo già anestetizzati alla nostra religione ma non a quella di un altra cultura.
Forse perché chi è disposto a perdere il lavoro ma non a togliersi il velo ci disorienta. Ci mette davanti al suo oggetto che è un simbolo e ci fa scoprire che noi i nostri simboli li abbiamo trasformati in oggetti, in mode.
Che fare? Recuperare i nostri simboli? Troppa fatica, ci vuole impegno, ci vuole un progetto, qualcosa per cui soffrire e verso cui testimoniare coerenza. Trasformiamo i loro in mode magari funziona...

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17/3/2004

Niccolò Ammaniti - Ti prendo e ti porto via

Ne ha fatta di strada questo libro. E non intendo riferirmi alla sua fortuna editoriale. Voglio prorio dire i km fisici percorsi dal volumetto. Comprato da Davide a Colonia, in gran parte da me letto in treno lungo la tratta Torino-Venezia. E dire che il paese di cui tratta è quanto di più distante ci possa essere da una grande città.

Ischiano Scalo, teatro della vicenda, è il classico paesino che vedi per un istante dal finestrino dell'auto mentre passi sull'aurelia. Il classico paesino che ti fa dire: ma come si fa a vivere in un posto simile?

Due vite diverse, distanti tra loro, quelle di Pietro e di Graziano, ma destinate ad incontrarsi, a sovrapporsi per un piccolissimo tratto, e ad influenzarsi per sempre.

Niccolò Ammaniti è un burattinaio di prima grandezza: crea personaggi ed intrecci così veri che sembra di averli davanti agli occhi. Decrive un'Italia triste ma anche ridicola. L'Italia della provincia, delle famiglie sbagliate, dei ricchi e dei poveri. L'italia da cui non si può che scappare, per poi magari volerci ritornare ad aprire un jeanseria (il sogno di Graziano). L'italia da cui, se sei troppo piccolo (come Pietro), non puoi scappare, ma da cui ti può strappare uan serie di coincidenze tragiche (quasi catastrofiche).

Ammaniti crea una serie di personaggi la cui salute mentale è al confine con la malattia. Una parata di figure squallide che l'autore riesce a metterci davanti con una precisone di tempi da lasciare stupefatti. Ogni pagina tira la suceessiva, e di leggere non si smetterebbe più.

Non mi sono mai annoiato. E dire che sono 400 e fischia pagine. Forse le 400 e fischia pagine più scorrevoli che abbia mai letto.

Ammaniti Niccolò, Ti prendo e ti porto via, Mondadori, € 8.40, 462 p.

www.alice.it/cafeletterario/110/cafelib.htm

Commenti

Sere (3/17/2004)

grottesco, diventente, brillante, sotto certi aspetti reale? lo adoro questo libro. e sono contenta che tu l'abbia letto! :-)

paolo (3/17/2004)

beh, in un certo senso se l'ho letto è per capire chi è erika trettel! Grazie a te, dunque ;-)

alice (1/30/2006)

ditemi che esiste Ischiano Scalo!!!!!!

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3/3/2004

Big Fish - Agata e la Tempesta

Finalmente sono andato un po' al cinema.

Big Fish

Il rapporto padre/figlio non è mai una cosa da prendere sottogamba. I padri sembrano essere fatti apposta per scontrarsi con essi in estenuanti litigi, oppure, se non si ha voglia di litigare, per essere ascoltati passivamente e con la testa altrove.

Ed Bloom è un uomo ormai avanti negli anni, prossimo alla morte. In vita è stato benvoluto da tutti, forse proprio per quella voglia continua di raccontare storie che gli ha allontanato il figlio, stufo di sentirsi imbarazzato per le balle del padre.

Un film colorato e sognante, epico e comico allo stesso tempo. Un film sulla voglia di raccontare e di raccontarsi. Che importa se ogni tanto ci lasciamo prendere un po' la mano, ed infiocchettiamo un po' il racconto, giusto per renderlo più intrigante? Perché in tutte le leggende c'è un fondo di verità, in fin dei conti, ed un bel racconto è sempre meglio di una realtà banale ed insipida.

Sleepy hollow mi aveva lasciato un po' così. Per quanto mi riguarda: bentornato Tim.

Agata e la tempesta

Anche qui la difficoltà di essere figli. Già, ma qui il problema è: figli di chi? Silvio Soldini ci mette di fronte a rivelazioni pesanti: papà non è papà, mamma neanche, sorella, di conseguenza, neppure. Ma c'è un fratello, Romeo, strampalato e donnaiolo agente di commercio con il sogno della pesca alla trota con annessa balera.

La giostra della vicenda gira veloce, a volte un po' troppo e così sono stato lì lì per cadere. Ma le battute per ridere ci sono tutte, e la trovata, un po' surreale, delle lampadine che si fulminano e degli elettrodomestici che vanno il tilt al passaggio di Agata è di quelle che si ricordano.

Resta la certezza che le relazioni familiari sono un casino e che padri e figli dovrebbero, dopo aver ingerito doppia razione di tranquillanti per predisporsi alle più incredibili rivelazioni, iniziare una volta buona a parlarsi veramente.

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