27/3/2003

War Pigs

Io non avrei voluto parlare della guerra. Non in queste pagine almeno. Ne parlano già tutti. Come credo capiti anche a voi, vivo questa dissociazione tra gli scenari in cui veniamo catapultati più volte al giorno dai giornali, dalla radio, dalla tv e la quotidianità della vita, che va avanti coi suoi problemi più o meno gravi, più o meno dolorosi; ma va avanti, per fortuna, anche con le sue gioie e la sua routine.

Eppure alla fine mi tocca. Anche se il percorso che mi ci porta è piuttosto tortuoso e, forse, non privo di una certa dose di cinismo.

Qualche giorno fa ero a casa e, scartabellando tra i dischi, mi sono imbattuto in quello che è stato, una decina d'anni fa, un disco molto importante nella mia crescita di ascoltatore.

Grazie a quel disco sono riuscito a scrollarmi di dosso il metallaro che c'era in me, allargare i miei orizzonti e tuffarmi nel mare magnum del pop nel suo senso più largo. Insomma quel disco è servito a togliermi i paraocchi. Ho smesso di comprare metal shock (lo compravo saltuariamente ma, lo so, come attenuante non basta) e mi sono abbonato a rumore. Da lì in poi sono successe tutta una serie di cose che magari prima o poi vi racconterò.

Quel disco è The real thing dei Faith no more. In quel disco si trova una cover di un vecchio brano dei Black Sabbath: War Pigs (contenuto in Paranoid, del 1970). Un brano zeppo di stacchetti ed orpelli da metallari (per quanto i primi Black Sabbath più che metallari fossero autori di un rock pesante e gotico, ossessionato da tematica funeree, maledizioni bibliche e simili amenità).

Se vi va potete ascoltarvelo a tutto volume, e vi assicuro che funziona. Se no, limitatevi a leggere il testo. Per quanto io non creda in alcuna forma di vita ultraterrena, il finale con i vari Bush e Saddam in ginocchio di fronte al signore delle mosche solletica la parte irrazionale del mio immaginario... e la soddisfa.

 

Generals gathered in their masses,
just like witches at black masses.
Evil minds that plot destruction,
sorcerers of death's construction.
In the fields the bodies burning,
as the war machine keeps turning.
Death and hatred to mankind,
poisoning their brainwashed minds.
Oh lord, yeah!

Politicians hide themselves away.
They only started the war.
Why should they go out to fight?
They leave that role to the poor, yeah.

Time will tell on their power minds,
making war just for fun.
Treating people just like pawns in chess,
wait till their judgement day comes, yeah.

Now in darkness world stops turning,
ashes where the bodies burning.
No more War Pigs have the power,
Hand of God has struck the hour.
Day of judgement, God is calling,
on their knees the war pigs crawling.
Begging mercies for their sins,
Satan, laughing, spreads his wings.
Oh lord, yeah!

war_pigs.mp3 (7,5Mb)

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Marco (3/31/2003)

Ho ricevuto questa frase dalla Francia (Mende, dove c'è la bete du Gevaudan!) e mi piace molto, e mi sembra adatta a questo delirio razionale collettivo a cui assistiamo da spettatori impotenti. Tradurla non è semplice perché è un po' un giuoco di parole, ma sarebbe più o meno:
Preferisco far scivolare la mia pelle sotto le lenzuola per il piacere dei sensi che rischiarla sotto una bandiera per il prezzo della benzina.
Chiaramente in italiano le assonanze draps - drapeaux e plaisir des sens - prix de l'essence si perdono, ma a volte è bello guardare il disastro con un sorriso ironico...
Je préfère glisser ma peau sous des draps pour le plaisir des sens
que de la risquer sous les drapeaux pour le prix de l'essence.
Raymond Devos

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24/3/2003

Ghicet di Sea (mt. 2750)

In occasione della gita alla Français Pelouxe si era parlato dell'arrivo della stagione primaverile. Giusto in tempo per essere smentiti dalla nevicata della settimana successiva. Ieri, invece, su in alta Val d'Ala (to), sopra al Pian della Mussa, il sole di primavera splendeva trionfante di luce.

Alle 7.30 la prima sorpresa. Francresco, Giovanni ed io troviamo la strada ingombra di neve gelata. Un divieto inoltre ci ammonisce a non andare oltre l'abitato di Balme. Siamo più o meno a quota 1600 mt. Un paio di macchine sono già ferme. Un po' per imitazione, un po' per non fare la figura dei tamarri lasciamo anche noi il salottino con le ruote di Giovanni lì vicino.

Lasciamo anche le piccozze e gli imbraghi: a questo punto l'idea di attaccare i 3400 mt. di Punta Maria è pura chimera. In un attacco di furbizia mista a distrazione lascio anche il libriccino con le descrizioni delle altre gite. Partiamo sci in spalla diretti al Pian della Mussa. I miei compagni sfoggiano degli scarponi nuovi fiammanti, impossibile guardarli senza occhiali neri!

Constatiamo che sul versante sud non c'è più un briciolo di neve. "Beh, cominciamo a raggiungere il rifugio Città di Ciriè, poi si vedrà." L'unica alternativa praticabile sembra essere la Punta rossa di Sea. Nei pressi del rifugio ci supera un gruppo di tre siluri: vanno ad un'andatura sconvolgente. Hanno il piglio degli esperti, quindi li seguiamo pensando che vadano verso la Rossa. Errore! Si fermano alla Roccia Ciavra! Francesco propone di fare il punto: "Paolo, mi passi la descrizione?". A quel punto realizzo e mi guardo la punta degli scarponi: sono un fesso.

Fortuna che i miei compagni sono buoni: "Che ne dite di puntare su quel colle lassù?" Guardiamo la carta, almeno quella c'è. Ok. Si trata del Ghicet di Sea. E sembra che la sua posizione ovest abbia preservato un buon innevamento. Peccato che per raggiungere l'attacco del canalone siamo finiti troppo in alto. Ci facciamo una prima discesa decisamente goduriosa. Francesco disegna una serpentina invidiabile, ci credo, con due scarponi così! (Scusa Francesco, ora la smetto :-) )

Sono le 10.30 e siamo a metà del canalone, la neve è ancora duretta. Speriamo che tenga fino alla discesa. Giunti al colle ci spostiamo su un rialzo alla nostra sinistra. Il panorama è selvaggio: la Ciamarella incombe con le sue lance su di noi. Verso sud la Bessanese ed il ghiacciaio pensile della Croce Rossa. A nord il massiccio del Gran Paradiso e la Grivola.

Purtroppo Giovanni non è al meglio ed il suo stomaco non gli dà pace. Ma da vero guerriero lui amministra le forze e riuscirà anche a bersi una birra (non c'è altro!) una volta giunto al rifugio.

La discesa dal colle è da sottolineare in rosso tra quelle fatte in questa stagione. Neve trasformata a puntino che, nonostante siano le 12, tiene ancora bene. Le gobbe sono nei punti giusti ed il manto è levigato come una pista. Una goduria fino al piano della Ciamarella. Da lì in poi è abbastanza pappettosa, ma oramai siamo appagati.

Al rifugio ci scoliamo la birra e facciamo merenda. C'è un sacco di gente ed una piacevole atmosfera di festa. Per tornare alla macchina non ci resta che l'attraversamento del Pian della Mussa. Ci esercitiamo nel passo pattinato e scopriamo che su neve marcia è un vero spasso!

Saluto i miei compagni a Venaria e prendo la tangenziale verso casa. Il sole è ancora alto. Ho il finestrino abbassato e gli occhiali da ghiacciaio ancora sul naso.

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Old john (3/28/2003)

vedi "Nuovi ripiani" su www.zeroincondotta.it

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19/3/2003

Pink Floyd - The dark side of the moon

Ok. È una scelta scontata. Ebbene sì: mi unisco al coro di quanti parlano di questo disco a 30 anni esatti dalla sua uscita, per celebrarne l'equilibrio, la qualità del suono, l'originalità degli effetti sonori (quando lo ascoltate ricordatevi che le tecnologie digitali non esistevano ai tempi della sua registrazione!).

Sono pochi i dischi che metto su con l'intenzione di sentire un brano e poi finisco per ascoltare dalla prima all'ultima traccia. Questo è uno.

I fan sfegatati dei Pink Floyd non ve lo indicheranno mai come il disco da avere. Ma io non sono un fan sfegatato, quindi posso prendermi questa libertà. Se non ce l'avete, procuratevene una copia. Ma, mi raccomando, non compratelo. È un disco che ha venduto già milioni di copie (30 ?), è rimasto in classifica per decenni. Non dovreste, dunque, incontrare nessuna difficoltà a reperirne una copia.

I Pink Floyd non hanno bisogno dei vostri soldi e neppure la loro casa discografica. Voi invece, se non l'avete mai fatto, avete bisogno di sentire queste 10 tracce.

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17/3/2003

Cima delle Liste - Porta Nera

È stato un fine settimana faticoso e gratificante. Non solo. È stato anche un fine settimana in cui, oltre alle gambe, ha lavorato il cervello. E così ora mi trovo non solo con le gambe dure, ma anche con dei pensieri che mi girano in testa, ma non ho ancora messo a fuoco il tutto... magari nei prossimi giorni.

Questa la sostanza: gita di sabato e gita di domenica. La mia prima 'doppietta'. Come regola cerco sempre di tenermi almeno un giorno del fine settimana per riposarmi e fare quelle due o tre cose che servono ad evitare che camera mia diventi irrecuperabile. Ma questa volta il richiamo della neve è troppo forte.

La salita domenicale è progettata ormai da giorni: l'ultima delle quattro uscite del corso di scialpinismo con Mario. Resta solo da decidere la meta. La gita di sabato è stata, al contrario, organizzata in quattro e quattr'otto. È venerdì quando Dave butta la pietra via mail: "hai visto il meteo? Eddai che domani è tutta farina! Non ti vorrai perdere la pauder!" Non sia mai. Non credo alle promesse del meteo: la siccità che affligge le nostre province da quasi due mesi mi è entrata dentro sotto forma di scetticismo. "Figurati se nevica!" ripeto anche in serata a Davide. Comunque è deciso: domattina da lui alle 6.30. Evvai: sveglia alle 5.

L'indomani sono a pochi chilometri da Pinerolo, quando iniziano a cadere le prime gocce di pioggia mista a neve. Non ci credo quasi. Ci schiacciamo nella mia Ford ed imbocchiamo la Val Chisone senza avere neppure le idee chiare sulla destinazione. Il tempo invece le idee le ha chiarissime: nevica. Nevica di brutto. Come non vedevo da un bel pezzo.

Ringraziamo s.nimbus e puntiamo sulla selvaggia e misconosciuta Val Germanasca. Obiettivo: Cima delle Liste (mt. 2737). Non siamo ancora neppure alla cava di talco, che la neve copre già la strada con uno strato spesso. Iniziamo con le prime evoluzioni in curva. L'estrema perizia del pilota (!!) ci permette di arrivare senza dover mettere le catene fino ad Indritti (poco sopra Ghigo di Praly). Parcheggiamo nel paese che sembra deserto, sono le 8. Attraversiamo il caseggiato e calziamo sci e racchette (il solito Dave, quando imparerà!). La nevicata non accenna a calare di intensità. Il bosco sotto la neve è splendido. La salita è faticosa. Siamo soli e tutto è silenzio.

Mancheranno un duecento metri di dislivello alla cima quando decidiamo di rinunciare. Siamo finiti su una pietraia che il caldo dei giorni passati deve avere ripulito quasi del tutto. La neve della notte la ricopre con la sua coltre priva di consistenza e le rocce si fanno sentire sotto gli sci. Per oggi basta salire. Il tempo non accenna a migliorare e quando mi fermo trattengo il fiato per ascoltare il crepitio della neve ghiacciata che picchia sul cappuccio della giacca.

Spuntino alla svelta (ah, il the caldo in questi momenti; amici, grazie ancora per il thermos!) e poi giù. La pietraia termina quasi subito in un bosco morto: le piante sono tutte mozzate ad un metro circa della loro altezza. Che sia stato il soffio gelido del drago? I monconi offrono lo spunto per uno slalom da urlo: siamo tre mattacchioni urlanti in un bosco morto sommerso dalla neve. Riesco ad intuire dietro le maschere gli occhi che ridono dei miei compagni e la discesa vola in un attimo. Sembra incredibile: alle 13.30 siamo già davanti ad una birra e fuori dal bar splende il sole!

Mi separo dai miei compagni e mi fiondo a casa a far asciugare la roba.

Ore 5 di domenica mattina: accidenti che sonno! Mi trovo con Ale al solito posto a Sassi e poi raggiungiamo Mario e Francesco all'uscita di Settimo della TO-AO. Si va a Cervinia, con l'idea di scalvacare la cresta di confine in corrispondenza della Porta Nera (mt 3734), colle che si apre tra il Polluce e la Roccia Nera e da lì scendere fino quasi a Zermatt. Per la fortuna delle mie gambe la salita verrà fatta servendoci degli impianti di risalita (poco etico, ma molto comodo e rapido!). Il sole splende a piena forza ma il vento è tagliente: alcuni dei 4000 più spettacolari delle Alpi sono lì a guardarci mentre attraversiamo il Gran Ghiacciaio di Verra. Il Cervino si slancia verso il cielo e ci ricorda di un'epoca in cui l'alpinismo era puro eroismo ed il rischio delle ascensioni elevatissimo: altro che impianti di risalita, bussole/altimetro da polso e giacche in goretex!

La discesa si svolge tra le imponenti seraccate dello Schwarzegletscher. Mario in avanscoperta ci segnala i buchi che si aprono insidiosi nel ghiaccio. La neve è splendida e ben presto la parete del Breithorn ci ripara dal vento. Scendiamo sulla lunga lingua pianeggiante del Gornergletscher e ci fermiamo per il pranzo. Corde e ramponi sono rimaste negli zaini. Meglio così: ci rimane molto più tempo per ammirare il paesaggio e goderci il sole.

Passata la stretta gola che separa il ghiacciaio dalle piste le raggiungiamo nei pressi di Furi. Da lì ricomincia, tra code e funivie affollate al limite del soffocamento, la lenta risalita al Piccolo Cervino. Superiamo il confine e rientriamo con una lunghissima discesa a Cervinia: le mie gambe non ne possono più. Lo zaino pesa il triplo di stamattina, come è possibile!

Sto già sognando la doccia ed il letto quando la civiltà ci tira un colpo basso inaspettato. Un veicolo in avaria sull'autostrada ha generato una coda chilometrica. Ci tocca aspettare una buona oretta che il traffico torni a scorrere. Sono felicissimo di non essere io a guidare.

Fin qui la cronaca. Nei prossimi giorni spero di avere il tempo e la lucidità necessari per mettere giù alcune di quelle riflessioni che avevo preannunciato e che mi sono statate stimolate da queste due splendide e diversissime avventure.

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12/3/2003

Beck, Sea change

I dischi tristi fanno un gran bene. Non credo che fino a qualche anno fa avrei sottoscritto questa affermazione. Ma poi la vita ti rifila un po' di mazzate, gli anni passano e la malinconia diventa uno stato d'animo con cui si convive abbastanza agevolmente, senza angosce esagerate di tipo adolescenziale. E così va a finire che passare un'oretta ad ascoltare melodie in tonalità minore, voci cariche di pathos e ritmi lenti non rappresenta un castigo, bensì un piacere. Che poi sia un piacere sottilmente e delicatamente auto-flaggellatorio, questo è un altro discorso.

L'ultimo disco di Beck è un disco triste. Pure troppo. Soprattutto se paragonato col funky pirotecnico del precedente Midnite Vultures. Ma ormai sappiamo che Beck Hansen ama cambiare le carte in tavola ad ogni nuova uscita, e quindi questa improvvisa sterzata verso i territori di una musica più intima non ci sorprende neanche tanto.

Gli arrangiamenti dei brani sono molto curati. Che in questo caso vuol dire molto sfumati, sottotono, dilatati, acquosi. La presenza di Nigel Godrich alla produzione si fa sentire. Eppure la voce di Beck messa lì, nuda e cruda, mostra i suoi limiti. Finché la parte strumentale la supporta degnamente (coprendola anche un po'), va benone. In questo caso però le corde vocali sono quasi sempre in primo piano, così come il faccione sulla copertina del disco. Non è proprio una gran voce quella del nostro, l'abbiamo sempre saputo.

Intendiamoci, il disco è più che sufficiente. Però i campioni della malinconia sono altri.

Commenti

Giovazz (3/12/2003)

'Nzomma non vale tanto la pena... Per me i mejo dischi malincorock sono KidA e Amnesiac delle testediradio! No?!?

paolo (3/12/2003)

eh, lì siamo quasi sulla depressione vera e propria!

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8/3/2003

Français Pelouxe (mt. 2736)

Nella combriccola degli scialpinisti ci sono montagne di cui non si parla mai. Poi un sabato ci ritroviamo sopra, che quasi non riusciamo a darci una spiegazione. Ce ne sono altre di cui invece parliamo tantissimo, ma non riusciamo a metterci d'accordo per organizzare la salita.

La cima Français Pelouxe appartiene al secondo tipo.

Ricordo ancora la prima volta in cui ne ho sentito parlare. Era il 25 aprile del 2002, ed in compagnia di Francesco Fiussello avevamo salito la non lontana cima delle Vallette. Dalla vetta Francesco aveva puntato col dito il curioso pendio triangolare della F.Pelouxe, descrivendomelo come una classica per scialpinisti muniti di buona tecnica. Io, che allora stavo chiudendo il mio primo inverno da praticante di questo sport, avevo guardato quello scivolo decisamente ripido con un misto di rispetto e desiderio ed in cuor mio mi ero detto: "Chissà se la farò mai..."

Qualche mese dopo mi trovo in compagnia di Paolo Mottura, Davide Matteu e Luca Gagliardi a salire in mtb la strada che unisce Fenestrelle (val Chisone) al colle delle Finestre e da lì conduce alla punta Ciantiplagna. Anche in quella occasione Davide e Paolo mi indicano il pendio, da loro già sceso con le tavole da snowboard durante l'inverno precedente.

15 giorni fa, poi, Davide Mainero lancia la proposta. Ma Francesco è scettico: teme le insidie di quel pendio così uniforme ed inclinato (circa 35° senza interruzioni). Rinunciamo a favore della più sicura Pitre de l'Aigle, un gita bellissima, che non ci ha fatto recriminare sulla rinuncia fatta.

Questo fine settimana le condizioni, sotto il profilo della sicurezza, sono ottimali. Nonostante l'allungarsi delle giornate permetta partenza più mattiniere, il ritrovo è comunque alle 7 da Davide Mainero a Pinerolo (TO). Davide Matteu, per giunta, è un po' in ritardo. Così la mia proposta di salire sullo Chaberton viene accantonata: è troppo tardi per andare fino a Claviere. Decidiamo di fare la F.Pelouxe.

La giornata sembra essere dalla nostra. Alle nove il sole è già alto e caldo quando raggiungiamo il Pian dell'Alpe (pochi chilometri dopo Fenestrelle, seguire sulla destra la deviazione per Usseaux e poi le indicazioni per Balboutet). Il piano (mt. 1800 circa) è ancora ben innevato ed in pochi minuti raggiungiamo l'attacco della salita. La neve è dura ed i coltelli sono subito necessari. Risaliamo lungo il costolone occidentale. Davide Matteu con ai piedi le racchette ci stacca in fretta: può procedere lungo la massima pendenza. Noi sciatori, invece, dobbiamo salire zigzagando; più volte siamo tentati di metterci gli sci in spalla, ma finiremo per toglierceli solo ad un centinaio di metri dalla vetta.

Lungo la salita appaiono prima il Rocciamelone sulla sinistra, poi il Viso sulla destra, velato dalla foschia. Alle nostre spalle l'alta val Chisone con lo Chaberton ed in lontananza i meravigliosi 4000 del Delfinato (massiccio degli Écrins).

Davide raggiunge la vetta (più propriamente l'antecima, la vetta vera e propria richiederebbe qualche passaggio di tipo alpinistico) ed io lo raggiungo solo mezz'ora dopo. Purtroppo il sole ora è velato dal passaggio di nuvole alte ed il freddo si fa sentire. Intanto arriva anche Davide e facciamo merenda in compagnia.

La discesa si svolge in una prima parte su neve abbastanza crostosa, poi su trasformata dura (la velatura impedisce al sole di ammorbidire un po' il manto, peccato). Le mie paure sulla pendenza eccessiva del pendio sono infondate: mi sono trovato a sciare anche su pendii più ripidi. È la continuità del pendio che, sulle prime, può spaventare.

Raggiungiamo Pian dell'Alpe abbastanza alla svelta, così ci prendiamo il tempo per una esercitazione ARVA. Il sole intanto splende di nuovo, e per la prima volta in questa stagione me ne sto qualche minuto senza maglietta a godermi i caldi raggi sulla pelle. Le gole secche ci spingono verso Fenestrelle: ci siamo meritati una buona birra fresca.

Con questa gita si può dire che si apre, salvo brusche svolte climatiche, la stagione primaverile dello scialpinismo: giornate lunghe, sole caldo, neve trasformata e levatacce super-mattiniere ci attendono per i prossimi mesi.

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4/3/2003

Will Ferguson, Felicità®

Siete fumatori incalliti? Vi sarebbe piaciuto smettere, ma non avete mai avuto la forza, il coraggio o quello che serve per allontanarvi dal vizio? Siete dei mangioni? Dei golosastri pazzeschi? Ma poi vi pentite per ogni ettogrammo che prendete ed ingaggiate con la vostra bilancia duelli degni di uno spaghetti western? Siete scontenti della vostra vita lavorativa, affettiva, sessuale?

È possibile. E non c'è niente di male. Ma come vi sentireste se la lettura di un solo libro potesse risolvere i vostri problemi? No, non sto scherzando. Un libro in cui le vostre paure troveranno una risposta che le possa placare. Le vostre ansie un sollievo. I vostri vizi un rimedio.

Insomma, un libro la cui lettura sia in grado di cambiare radicalmente la vostra vita. Che vi permetta di liberarvi dal superfluo, dai vizi, dai consumi inutili, da tutte quelle cose che fate per insoddisfazione. Mangiare? Solo per nutrirsi. Vestire? Solo per ripararsi dalle intemperie. Svaghi? Non ce n'è più bisogno. Non esiste più qualcosa da cui doversi svagare.

E se la cosa non riguardasse solo voi, ma anche i vostri amici e i vostri conoscenti? E se riguardasse tutti... ma proprio tutti? Il 99.3% degli italiani, ad esempio.

Sarebbe bello, vero? Oppure no. Forse sarebbe terribile. La nostra economia, che è fondata sul futile, potrebbe crollare. Le tabaccherie non venderebbero più quella droga legale che sono le sigarette. Idem per i negozi di liquori. Tutto il mercato delle droghe potrebbe crollare.

Non solo. Carriera? Chi se ne frega. Amore? No. Niente passioni. Solo sesso eseguito alla pefezione: soddisfacente per lui e per lei. Lavoro? Solo attività volontarie barattate in cambio di abbracci e sorrisi.

Ce ne andremmo tutti in giro salutandoci cordialmente, con un sorriso sereno stampato in faccia, riflettendo sulla nostra condizione di tranquillità e soddisfazione assoluta.

Questa è, più o meno, la vicenda che viene raccontata da Will Ferguson nelle 300 pp. di Felicità® (Feltrinelli, I Canguri) e l'idea per cui si batte Edwin de Valu, il giovane e nevrotico editor protagonista del romanzo, è che un'umanità così soddisfatta e pacificata non rappresenti altro che la fine della storia. Fine della Storia con la S maiuscola.

L'umanità si è evoluta grazie all'insoddisfazione di alcune grandi menti. La civiltà trova il suo humus nell'irrequietezza. L'epidemia di benessere scatenata dal libro (guarda caso si intitola: quello che ho imparato sulla montagna) ai suoi occhi rappresenta la più grande catastrofe che mai abbia colpito l'umanità.

Sarà, ma dopo anche solo mezz'ora in mezzo al traffico del lunedì mattina, dopo una chiacchierata su temi di lavoro con il 99% dei miei amici oppure dopo una mattinata trascorsa a cercare di interpretare le esigenze di un cliente, penso che sulla montagna ad imparare qualcosa sarebbe meglio passarci, anche solo un giorno all'anno.

Commenti

paulinchen (3/5/2003)

macchè?!?...essere felici è pari alla capacità di autoconvincersi di esserlo, paradossalmente la misura della nostra idiozia!

paolo (3/6/2003)

autoconvicersi di essere felici sarebbe un'idiozia? a me sembra uno sforzo decisamente apprezzabile!

giovanni (3/7/2003)

Al Bano e Romina Power, Felicità (1982, 2° classificato) Brano epocale. Solo la trascrizione dell'intero testo renderebbe giustizia alla statura di una simile composizione. Purtroppo, per motivi di spazio, dobbiamo accontentarci di una strofa: "Felicità è un bicchiere di vino con un panino, La felicità è lasciarti un biglietto dentro al cassetto, La felicità, è cantare a due voci quanto mi piaci, La felicità." (Tommaso Aspetta) Condivido pienamente! Ovviamente la montagna è un altro paio di maniche!

Marco Aurelio (3/7/2003)

ognuno ha i desideri che si merita

Marco (10/20/2003)

Il libro è stupendo!
La felicità è un'emozione complessa costituita da moltissime variabili (è per questo che spesso si ha una felicità imperfetta), e cmq a me la felicità non mi piace più di tanto... mica c'è solo quella di emozione positiva nella vita! Esempio: divertimento, allegria, familiarità, piacere, soddisfazione, sicurezza, senso di libertà, ebrezza, sballo... ecc. Gran parte di questi ci sono anche senza felicità.... e inoltre la felicità non è l'opposto della tristezza.
"La ricerca della felicità è come il cane che rincorre la macchina che non si chiede: 'E' una volta che l'avrò raggiunta cosa succederà?'" W.F.

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