27/2/2006

Olimpiadi 2006, finale d'Oro.

Alle 5:45 am di domenica inizia la giornata olimpica. Forse neppure Giorgio Di Centa si è svegliato così presto. Ci svegliamo rincoglioniti a casa di Davide a Pinerolo, città del curling. Ma oramai le stone valide per la conquista dei titoli sono state tirate tutte e, fatta eccezione per alcune di esse esibite nelle vetrine dei negozi, l'olimpiade pinerolese è finita venerdì pomeriggio.

Con passo assonnato ci dirigiamo nel buio del mattino verso il piazzale di partenza delle navette che salgono a Pragelato: oggi è il grande giorno della 50km di fondo. Decidiamo di vivercela in modo davvero olimpico: le auto restino in pianura, noi saliamo col mezzo dedicato, in stile ecologically correct.

Arrivati a Prage una giornata fredda e limpidissima ci dà il benvenuto. Tutto è bianco di neve, la cornice è bella davvero. Una folla allegra e caciarona si dirige verso l'anello dello sci di fondo. Tante lingue, tanti accenti diversi, campanacci, bandierine e bandierone.

Riusciamo a trovare un posticino che si rivelerà strategico, ma per ora non sappiamo ancora di essere a ridosso del rettilineo finale, né sappiamo che tutto si giocherà in volata. La gara parte,lo si intuisce dal boato del pubblico che affolla la tribuna, qualche centinaio di metri dietro la curva che ci nasconde il traguardo. Iniziano i passaggi: il gruppo è compatto e veloce. Identifichiamo grazie alle notizie della gazzetta portata da Giovanni i pettorali dei nostri portabandiera. Non è che dal vivo si capisca tanto, così' ogni tanto telefono a mio papà, comodamente piazzato in poltrona a casa a seguire la gare alla tv. Tutto procede bene, passaggio dopo passaggio i nostri non mollano.

Ma poi, per dirla tutta, chi se ne frega dei nostri e dei non nostri: sono grandi atleti che si disputano la medaglia d'oro. Dateci dentro e che vinca il migliore! Non ci hanno sempre insegnato che l'importante è partecipare?

Nell'attesa tra un passaggio e l'altro mi volto e guardo l'altro versante della Val Chisone, inondato del sole che sale verso il mezzogiorno. Già, che bello lo sport passivo (quello a cui si assiste e per cui al limite si fa il tifo). Ma lo sport attivo? Quello che si fa per vero diporto: senza oro, senza sponsor, magari in solitudine? Per la gioia di raggiungere la cima con la maglia che per il sudore ti si appiccica alla schiena, col panino molliccio preparato la sera prima con gli avanzi del frigo, nella speranza di una discesa in fresca che poi si rivela crosta?

Quello non so quanti lo conoscano ed io a tratti lo sogno e scappo con la mente verso la testa dell'Assietta oppure il Blegier, pieni di farinose promesse lì davanti a me.

Ma la gara incalza e l'ennesimo transito degli atleti mi richiama alla gara. Forsa foiej!. Forza tutti! Spingere sulle gambre, ritmare colle braccia. Che gesto magico quello del fondo pattinato, magari non elegante come la clasica, ma così fisico e potente che ti fa voglia di battere il tempo con le mani.

Ultimo passaggio, siamo riusciti a superare il passaggio che ci separa dalla zona tribune (viva l'organizzazione flessibile all'italiana). Vedo l'inizio dell'ultimo rettilineo, affiancato dalle tribune urlanti e sventolanti drappi perlopiù tricolore. Mi unisco all'urlo, sperando che o Pietro Piller Cottrer o Giorgio Di Centa riescano alla fine ad uscirne alla grande. A giudicare dalla mia posizione tutto è ancora possibile. Mi passano davanti, mi alzo in punta di piedi e guardo le loro schiene allontanarsi verso il traguardo. Il numero 10 di Di centa sembra avanti, ma chi lo può dire? L'urlo è alle stelle, andrenalina e tensione anche. Poi il verdetto compare sul maxischermo, dove ho oramai piantato lo sguardo con le dita incrociate e il cuore in gola: 1. GIOGIO DI CENTA. Esplode la festa di canti e di colori.

Inizia una invasione pacifica della pista. Avanziamo fin dove ce lo permette un servizio d'ordine combattutto tra il permissivismo più totale e la consapevolezza che il mondo ci guarda e che non può finire troppo all'italiana. Ci fermiamo a distanza ed assistiamo alla premiazione.

La gente canta l'inno di Mameli felice e contenta. A me l'inno nazionale fa sempre un po' ridere, con le sue parole così superate e talvolta incomprensibili. E mi fa ridere anche l'accanimento con cui telecronisti e giornalisti pretendono le parole ben scandite dagli atleti: non vi basta l'oro? Non vi basta il vostro protagismo di seconda mano? Se non ci fossero loro a vincere, voi non avreste il vostro ruolo di amplificatori ed il vostro pane: quindi non rompete troppo le palle su sta cosa degli inni, per favore; che non è una medaglia di un atleta che mi fa sentire più italiano.

Poco per volta sciamiamo con ordine fuori dall'impianto, col sole che splende sopra le nostre teste e dà il suo caldo contributo alla festa.

Siamo tutti ospiti a casa dei genitori di Davide (da medaglia d'oro!), dove vino, polenta e spezzatino allieteranno il pomeriggio tra chiacchiere, risate e bilanci di queste olimpiadi di Torino 2006.

Cavolo se sono passate in fretta. Era così bello lasciare tutto da parte per concentrarsi solo sulle gare e fare finta che il resto del mondo non esistesse più. E invece ora il tripode è spento ed un po' frastornati torniamo alla normalità della squallida campagna elettorale che si annuncia tutta accuse e pochi programmi, alla normalità dei morti in medioriente, alla normalità del campionato di calcio (che non siamo riusciti a bruciare sul tripode e che puntualmente ogni domenica ha rubato dirette e spazi che sarebbero stati più degnamente dedicate alle olimpiadi), alla normalità del festival di sanremo.

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21/2/2006

Notte bianca a Torino 2006

Su e giù a spasso per via Po fino ad un'ora imprecisata del mattino in mezzo ad una fiumana impressionante di persone. Così ho passato il sabato sera (o dovrei dire la domenica mattina presto?). Una sorpresa. Non vedevo un tale flusso di persone dai tempi in cui partecipavo ai cortei del primo maggio, tanti anni fa, quando non ero lavoratore. Poi lo sono diventato e va a capire perché al primo maggio non ci ho più partecipato, che strana la vita. Ma non divaghiamo.

La notte bianca di sabato scorso a Torino, a quanto pare, è stata un successo di partecipazione. Magari non di organizzazione, ma quanto a gente, beh, erano anni che non vedevo una roba simile.

Dopo due giorni di ritiro in cerca di quiete in Valle Pesio (grazie Giampiero, ottima dritta) ed un catastrofico tentativo scialpinistico nella giornata di sabato, catastrofico perché terminato sotto una pioggia battente, ci siamo immersi nella fiumana. Eddai, giochiamo a fare le persone normaili, una volta ogni tanto, facciamo la massa.

Alla fine questo è la notte bianca/olimpica. Provare a fare le persone normali: quelle che partecipano agli eventi e non quelle che cercano sempre di distinguersi, coltivando la propria individualità.

Per mangiare una piadina facciamo mezz'ora di coda. Il tentativo di entrare a casa sassonia evapora di fronte alla coda di gente solida come il marmo che sta di fronte all'ingresso. Così non resta che girare qua e là, prendere tanto freddo ed umido ed ogni tanto girarsi a vedere se le urla che si levano da qualche gruppetto sono motivate da qualcosa, per scoprire quasi subito che è questo l'unico intrattenimento possibile nella notte bianca/olimpica: iniziare ad urlare e vedere chi intorno a noi si unisce all'urlo. E sono sempre tanti a farlo, forse l'alcol aiuta il propagarsi dell'urlo olimpico.

Credo che siano più o meno le 4 del mattino quando passiamo di fronte alla Mole antonelliana: il vociare di una tranquilla fila di persone che aspettano il loro turno per entrare riscalda la via.

La mattina dopo mi svegliano le urla della tv di mio papà al piano di sotto: la staffetta 4 x 10 km, mentre io dormivo, ha vinto l'oro.

Commenti

paola (2/22/2006)

La mia Notte Bianca/Olimpica è andata più o meno nel modo in cui l'hai descritta tu! con l'unica differenza che, arrivando da fuori Torino, ho dovuto aspettare per più di un'ora un tram (ovviamente super affollato). Insomma, tanta gente, tanto freddo ma poco divertimento.
Non so te, ma io credo che questo sabato proverò a "distinguermi".

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10/2/2006

Olimpiadi Torino 2006

E così alla fine iniziano. E penso che la brava Luciana Littizzetto abbia ragione: proviamo a goderci la festa.

Mi sento un po'vecchio. Le olimpiadi sono quelle cose che vengono fissate così tanto prima del loro verificarsi che pensi che non debbano mai incominciare. Oggi iniziano.

Da bambino riponevo tanta fiducia nell'anno 2000. Mi immaginavo un mondo un po' più alla star trek: tecnologico, magari un po' freddo, pieno di gente vestita con tute tecnologiche, che magari, che so io, tengono sotto controllo le tue funzioni vitali e ti avvisano se ti stai prendendo l'influenza, cose così.

Invece ho addosso un maglione di lana che prude un po' e sotto porto una maglia di cotone elasticizzato che già a metà giornata profuma un po' di fontina. Lavoro tutto il giorno ad un pc. La cosa fighissima è che c'è internet. Quella è una cosa che manco immaginavo ed invece la uso tutti i giorni. Forse è l'unica cosa veramente del futuro che abbiamo. Direi che è un buon inizio.

Anche perché, per il resto, c'è poco da ridere. Anzi, c'è da piangere per certi flagelli della nostra società.

Nel mio immaginario fanciullesco nel futuro si doveva essere tutti molto intelligenti e razionali. Ci saremmo dovuti lasciare alle spalle i sentimenti troppo umani (avete presente il dottor spock di star trek?). Pazienza. Il mondo sarebbe stato più tecnico, meno caldo, privo si suggestioni mistico-magico-religiose. Forse ci saremmo dovuti innamorare anche di meno. Pazienza. Era un sacrificio che avrei fatto volentieri se in cambio ne avrei avuto fonti di energia pulite e a buon mercato, meno differenze economiche tra la gente e tra nord e sud del mondo ed una specie di pace perpetua diffusa in tutto il mondo.

Sogni. Erano tutti sogni. Nel 2006 mi ritrovo con le guerre di religione, disparità sociali degne del peggior medioevo, cartomanti telematici, pontefici catodici, precari santificati, riscaldamento globale ed ovviamente (alla radice di tutto?) tanta e tanta ignoranza.

Chissà se il mondo dei miei sogni di bimbo si avvererà prima o poi. Già le olimpiadi a Torino sembravano un sogno irragiungibile. Anzi, da bravo piemontese le temevo e le temo ancora. Vuria nen fe bruta figura. Però poco fa ho aperto www.repubblica.it e ho letto: Olimpiadi, torino al centro del mondo e mi è venuto il groppone in gola.

Speriamo che vada tut bin.

Buoni giochi a tutti.

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