13/12/2009

Blur - Parklife

1994. Sulle prime non presi troppo sul serio il brit-pop. L'idea che dall'Inghilterra stesse per arrivare uno squadrone di gruppi rock da far paura e che fossero ben attrezzati per dare una bella spallata alla depressione grunge a stelle e strisce non mi pareva credibile.

La prima volta che ascoltai Girls and boys pensai "un'altra canzoncina pop carina per ballare una sera". Poi la ballai ben più di una sera e mi resi conto che è tirata da un giro di basso dei più spettacolari dai tempi dei Cure, che a giri di basso sono sempre stati tra i grandi maestri. E la chitarra che entra dopo? È rock e basta. Mi procurai il disco.

Anno dopo anno, ascolto dopo ascolto posso dire che Parklife è finito nella mia lista dei 10 per l'isola deserta. In questo momento sto ascoltando To the end, semplicemente una canzone eterna. Ok è fatta sul calco di chissà quante canzoni d'autore, ma nel contesto di un disco pop-rock sorprende proprio perché si trova a condividere lo spazio non solo con le classiche mascalzonate dei Blur (la foga punk di Bank holiday oppure gli intermezzi di fine lato e fine disco, sebbene il cd tolga questo piacere, come The debt collector e Lot 105, attualmente la mia suoneria del telefono) ma anche con altri brani maiuscoli: assieme a End of a century e This is a low crea un trittico di ballate che basterebbero a rendere il disco un must.

La storia della rivalità con gli Oasis giovò enormemente alla crescita commerciale del fenomeno Brit-pop. Ma per me non c'è mai stata gara, proprio perché le due squadre giocano sport diversi. Tanto sono immediati gli Oasis, tanto sono cerebrali i Blur, che tuttavia riescono sempre a comunicare senza essere troppo snob oppure ermetici. Soprattutto in Parklife, disco che regge a migliaia di ascolti.

I Blur però, almeno in questo disco, hanno il distacco di chi sa la sa lunga, di chi prende la vita con saggezza: questi sono gli anni Novanta, cari, ridiamoci su. Non c'è l'emergenza dolorosa che tormenta i gruppi d'oltre oceano, forse per questo potevano apparire un po' troppo distaccati, ma alla lunga, spentesi le braci dell'incendio grunge e scomparsi con essi i suoi piromani, i quattro di Colchester sembrano dirci "visto? non pendete le cose troppo sul serio".

Anche qui non posso collocare il disco in un periodo della mia vita, perché negli anni mi ha sempre accompagnato come un vecchio amico, che per certi periodi viene un po' trascurato, ma poi sai che quando vuoi lui è lì e ti accoglie a braccia aperte.

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9/12/2009

Motorhead - No Sleep 'til Hammersmith

Nel 1981 Sono chiaramente troppo piccino, pur essendo un metallaro precoce. Non ricordo bene quando ho scoperto questo disco. In sostanza è un'accozzaglia di riff suonati ai 100 all'ora, su cui un rantolo, degno di un ras della fossa, latra liriche di puro sesso dorga e rock'n roll.

Il risultato fiunziona in modo straordinariamente efficace. I riff di chitarra sono immortali nella maggior parte dei casi e che dire di quelli di basso (Mothorhead e Aces of spades)? Neppure il motore al minimo di un'Harley Davidson raggiunge un simile livello di esaltante monoliticità.

Loro sono il classico gruppo di scavezzacollo stracolmi di birra che protreste trovare ad un raduno di biker. Eppure nel corso del decenni si sono creati una reputazione che li colloca tra i grandi sia per il punk, sia per il metal, pur professando (parola di Lemmy, amen) di non essere altro che una fottuta rock'n roll band.

In macchina ho tenuto per anni una cassetta di NSTH per affrontare i rientri a casa a tarda ora o le partenza antelucane per andare a fare gita su qualche mantagna. Non ho particolari ricordi legati a nessun brano. So solo che quando ho bisogno di un ruggito selvaggio nelle orecchie, di rock'n roll allo stato animalesco, di farmi scuotere fin nello stomaco, questo live è ciò che fa per me e non ci sono santi.

Forse solo un anno fa ho trovato la deluxe edition su doppio CD in un negozio di Mestre ed ho deciso di munirmi di supporto digitale. Ma quando sono a Torino e mi trovo tra le mani la vecchia audiocassetta piratata con la copertina tutta graffi e bozzi mi rendo conto che forse è quello il supporto che questa musica si merita. L'autoradio della macchina è il lettore ideale, soprattutto se siete stanchi, l'autostrada è deserta e avete buone speranza di non beccare un Velox. Lemmy non lo sa (non credo che sia abituato a vedere se stesso come un buon samaritano) ma mi ha accompagnato a casa vivo più di una volta, evitando che finissi con la testa sul volante in fondo a qualche fosso.

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