23/12/2003

Colson Whitehead, John Henry Festival

Non credevo che ce l'avrei fatta. Ed invece ci sono riuscito. Sono infine giunto alla pagina 533 di John Henry festival di Colson Whitehead (ed minimum fax, 16 ?).

L'aspetto paradossale è che la vicenda narrata nel libro si svolge in tre giorni. Io, a leggere il romanzo, ci ho messo sei mesi: dalle serate roventi di luglio, in cui non riuscivo a prendere sonno per colpa del caldo, alle nottate gelide di dicembre, quando mi invento delle manovre da contorsionista per riuscire a stare tutto sotto il piumone, mentre tengo fuori solo gli occhi e il dito necessario a girare le pagine.

Perché non ho lasciato perdere? Non so. Da una parte c'è sempre quel fastidioso senso di sconfitta che mi coglie nel lasciare a metà una cosa, dall'altra è il libro stesso che mi ha spinto a proseguire. Perché è scritto bene. Ha il solo difetto di non raccontare nulla. Almeno, non lo fa nel modo in cui sono soliti farlo i romanzi che leggo di solito.

A Talcott, West Virginia (USA), durante il fine settimana del 12 luglio 1996 si svolge la prima edizione del festival celebrativo in memoria di John Henry, eroe del folklore americano, leggendario spaccapietre nero che, secondo la leggenda, avrebbe sfidato e battuto una trivella a vapore durante gli scavi della galleria ferroviaria che attraversa il monte nei pressi della cittadina.

Intorno al festival si muove una dozzina di curiosi personaggi. Tra di essi J.Sutter, che è il vero motivo per cui ho iniziato la letttura. J. è un giornalista di costume. Vive viaggiando di presentazione in presentazione, di vernissage in vernissage. J. è uno sbafista. In cambio dei pezzi che scrive per riviste di viaggi oppure di moda, viene invitato, alloggiato, rimpinzato di cibo, ospitato con generosità. J. è il motore della cultura pop.

Nella tre giorni del festival si svolgerà anche un fatto di sangue (elemento fin troppo scontato negli scrittori statunitensi, che se non mettono un folle che spara sulla folla nei loro romanzi non sono soddisfatti), anticipato fin dalle prime pagine e svelato nelle ultime.

Insomma sono pagine ben scritte.

Se qualcuno vuole, sono disposto a prestare il malloppo in cambio di una lettura da divorare. Non più di duecento pagine, per favore, che portino da una situazione iniziale ad una finale completamente diversa, possibilmente facendomi sghignazzare senza ritegno nella notte.

Commenti

old john (12/23/2003)

Ti passerei questo:

http://www.zeroincondotta.it/mondo/modules.php?name=News&file=article&sid=69

ma non prestarmi il malloppo ’mericano. Ho difficoltà di digestione!

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20/12/2003

Punta Fiunira (mt. 2776)

Non importa il motivo per cui abbiamo deciso per la prima volta di salire su una montagna. Molti tra noi, già durante la più tenera infanzia, sono stati trascinati su dall'erta da genitori spietati. Per questo stesso motivo durante l'adolescenzaa, guidati dal più tipico spirito di contraddizione, si sono allontanati dalle vette come se su di esse albergasse qualche demonio. La notte li ha stregati. Qualche sorriso malandrino li ha ammaliati. Inizia una processione notturna di balera in balera, di bicchiere in bicchiere: si perde la via della vetta e si trova quella della pianura.

Ma fortunatamente la vita ci permette, quasi sempre, di recuperare, di rimediare agli sbagli fatti in passato. E così bastano un po' di frustrazione accumulata a causa di un esame particolarmente impestato oppure nelle giornate passate a fare un lavoro sedentario da terziario avanzato, il dolore di un amore finito o semplicemente la voglia di ritrovare sensazioni e profumi della nostra infanzia ed eccoci di nuovo lassù, a guardare il mondo dal'alto.

È passata già una settimana dalla nostra prima gita in Val Pellice, ma solo ora trovo il tempo, tra un panettone ed una sciata, di riflettere un po' sulla salita alla punta Fiunira. Gran scelta quella di Francesco: "gita esplorativa, portate i ramponi". La mattina passiamo a prendere Davide a Pinerolo e poi saliamo i tornanti che portano a Villanova, dove termina la strada asfaltata che percorre in tutta la sua lunghezza la Val Pellice.

Ci carichiamo gli sci in spalla, come in primavera (ma non è ancora neanche inverno!) e raggiungiamo in fretta il punto in cui il Rio Crosenna taglia la sterrata che conduce al Rif. Jervis e da essa ci stacchiamo. I ramponi sono subito necessari. Un paio di grosse valanghe staccatesi nei giorni scorsi dal versante sud hanno ingombrato il sentiero. È come se le mani di un gigante avessero passato la notte affacendate a preparare palle di neve per una imminente battaglia e le avessero lasciate poi lì a gelare, perché facciano più male quando colpiranno il bersaglio.

Zompettiamo di zolla in zolla, tra di esse si scorgono piante interamente abbattute e scortecciate dalla furia della neve. In breve siamo all'alpe Crosenna, sepolta dalla neve. Il sole intanto si arrampica oltre lo spartiacque che divide la val Po dalla val Pellice e ci illumina il cammino sul ripido pendio di neve trasformata che sale di fronte a noi. Sulla sinistra torreggia possente il Bric Bucìe. Sulla destra intanto, come un papà severo ma preoccupato per i suoi pargoli, si affaccia il Viso, incorniciato dai suoi poderosi contrafforti.

Gli sci rimangono sullo zaino, i ramponi ci permettono una marcia molto più agevole e diretta lungo il pendio costellato di radi larici. Raggiungiamo la cresta dove ci fermiamo per rifocillarci e calzare gli sci (è pur sempre una scialpinistica!).

Non faccio in tempo a lamentarmi del caldo che si alza una folata di vento. Ne segue presto una seconda ancora più forte. Il tempo sta cambiando e ben presto ci mettiamo addosso tutto quello che abbiamo nello zaino per coprirci. Eccomi accontentato, merda, che freddo!

Le raffiche sono così forti che avanzo puntellandomi con i bastoncini per non essere buttato a terra, speriamo che dopo il colletto la montagna ci metta almeno in parte al riparo dalla furia del vento. Il colletto in questione conduce ad un mezzacosta in lieve discesa, finalmente vediamo la vetta, che è ancora ben lontana.

In alto sulla sinistra un camoscio ci guarda, poi si sposta con agilità più in alto. Raggiungo Francesco accovacciato di fianco al suo zaino. Mi mette in mano due gelatine di frutta: le lascio sciogliere in bocca. Che delizia. La bomba di zuccheri mi permette di affrontare l'ultima parte della fatica. Nei pressi della vetta Franesco raggiunge il secondo dei due raggazzi che ci hanno preceduto lungo la salita. Scambiamo quattro chiacchiere e scatto loro una fotografia ricordo.

La vetta è stata completatmente spazzata dal vento e ci possiamo sedere sull'erba secca e giallastra. Panorama grandioso. Sgranocchiamo qualcosa poi decidiamo che per oggi abbiamo preso abbastanza vento ed iniziamo la discesa. La neve è stata lisciata ed indurita dal vento. Una folata alza una spirale di cristalli ghiacciati. Le sagome danzanti di Davide e Francesco quasi scompaiono in questa nebbiolina, sullo sfondo svetta il Viso. Resto incantato a guardare fino a che il vento non mi costringe ad abbassare lo sguardo.

La seconda parte della discesa è più tranquilla, peccato che la giornata corta porti il pendio a trovarsi già per metà in ombra. Attraversiamo il rio che scende dal Bucìe sfruttando un trampolino naturale. Ancora poche curve e gli sci tornano sullo zaino. Ramponi ai piedi attraversiamo di nuovo i valangoni.

Un paio di colpi di tosse mi ricordano che nelle mie attuli condizioni di salute non è il caso di fare tanto il furbo. Non vedo l'ora di mettermi qualcosa di asciutto addosso e mi affretto verso la macchina.

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16/12/2003

Geminidi

Domenica sera ero al volante sulla Genova-Alessandria in direzione Nord.

Ero in macchina già da cinque ore, quindi non è che fossi al massimo delle mie facoltà. No, tranquilli. Ero sveglio. È solo che le strisce tratteggiate bianche cominciavano ad avere un certo effetto ipnotico sulla mia vista; l'assoluta mancanza di traffico faceva il resto: una noia mai vista.

A un tratto, una striscetta bianca si disegna nel cielo. Sulle prime penso ad una traveggola indotta dalla stanchezza. Poi però ne appare una seconda.

A quel punto inizio a scavare nei ricordi delle mie letture di astronomia, autentica ossessione della mia infanzia.

Ad agosto le Perseidi (lacrime di S.Lorenzo), a novembre le Leonidi, ma a dicembre? C'è qualche fenomeno previsto? Proprio non me lo ricordo.

Fatto sta che in 40 minuti ne conto più di 10. Alcune veramente spettacolari.

Arrivato a casa ne vedo ancora un paio dal cortile davanti a casa. Una delle quali taglia quasi per intero il cielo, emanando una luce affilata e bellissima. Il cielo invernale è fatto di niente ed aiuta l'osservazione. La luna sta nascendo, ma dei bagliori simili sarebbero anche ben visibili con la luna piena alta in cielo.

Sono le Geminidi (la radiante si trova nella costellazione dei gemelli, da cui il nome). E sono un fenomeno visibile agli inizi di dicembre. Il momento di massima dovrebbe essere il 13.

Ieri sera ho alzato ancora gli occhi al cielo, per una ventina di minuti. Nulla. Orione mi guarda geometrico. Castore e Polluce sfavillano. Ma niente da fare. Un po' malinconico me ne torno in casa.

Segnamo nel calendario per l'anno prossimo.

www.uai.it/sez_met/geminidi2003/gem_2003.htm

http://aac.sunrise.it/Geminidi.htm#links

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11/12/2003

... profondissima quiete

 

 

 

fotografia di Paolo Mottura

Commenti

Frolix (12/11/2003)

Cos'è? Dov'è? Ci sei stato?

paolo (12/11/2003)

ci sono stato sì, eravamo nel comprensorio sciistico di val thorens. Paolo ha fatto una gran foto ed io voglio condividerla con tutti voi.

guardatela, fate finta di essere seduti sulla cima a godervi lo spettaccolo e a sentire il suono del vento, il freddo sul viso...

Lula (12/11/2003)

ma sto paolo mottura è troppo un gran fotografo! è anche lui bello e affascinante come la cima innevata? si lascia conoscere e corteggiare? mi fa delle foto pure a me?
grandi!
grandi paoli.
baci da Lula

Frolix (12/12/2003)

Che bello sto posto. Organizziamo un gitone di gruppo. Sempre che non si debba scalare. Ho il terrore del vuoto. Magari noleggio un elicottero. Cmq condivido. Grande fotografia. Sento il vento, il freddo, il silenzio e tutto il resto. Complimenti

Scritch (12/15/2003)

soprattutto il freddo ;-)

PS:ma si può stavolare lì?!?!?!?
PS2: scherzi a parte veramente senza fiato!

Paolo (12/16/2003)

Sì che puoi stavolare. C'è il comprensorio www.valthorens.com

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4/12/2003

Cinismo, abitudine o autodifesa?

Quello che segue è un frammento di diaogo tratto da John Henry Festival di Colson Whitehead (Minimum fax, pp. 533, 16 ?). J. è turbato per la morte di un suo ex-professore universitario, il Guercio lo consola, in modo tutto suo.

"Ho capito che cos'hai", valutò il Guercio, che evidentemente ascoltava, anche se dava segno del contrario. [...] "Non sei sconvolto perché il tizio è morto", disse. "Sei sconvolto perché non te ne frega niente che sia morto. Perché dovresti provare quello che provano le persone perbene quando muore qualcuno".

"Invidio la tua giovane età, amico mio", cominciò. "Tienili cari, questi giorni. Ancora ti frega qualcosa del fatto che non te ne frega niente. Verrà il momento in cui non te ne fregherà niente se non te ne frega niente, e quel giorno sarai diventato un uomo. Se vuoi posso organizzarti una specie di cerimonia per celebrare l'occasione, di buon gusto ma simbolica, sai cosa intendo. Noleggiare un asino, qualcosa del genere."

Sono un po' le sensazioni che provo di fronte a tante notizie del telegiornale o della radio.

Cos'è? Cinismo, abitudine oppure autodifesa?

Commenti

Nives (12/4/2003)

Dipende.
Se la televisione dice che il trattato di Kioto non passa; e tu dici " non me ne frenga niente" è incoscienza.
Se La televisione dice che gli americanoi hanno ammazzato 43 rivoltosi e fatti prigionieri 8; e tu dici " non me ne frenga niente" è cinismo.
Se la televisione dice che il la legge Gasparri passa; e tu dici " non me ne frenga niente" è abitudine.
Se la televisione dice che non ti vuole tutta ciccia e brufoli; e tu dici " non me ne frenga niente" è autodifesa.
Ma l'incoscienza, il cinismo, l'abitudine, e l'autodifesa sono le armi che i potenti usano per fare di te quello che vogliono.

paolo (12/4/2003)

Ottimo inizio, grazie Nives! Anche se penso che ai potenti di me non gliene frega nulla. Perché? Ma perché sono potenti, no!?

Agata (2/9/2004)

Non me ne frega niente... lo diciamo, non credo. Io non dico nè penso non me ne frega niente, nè di fronte ai massacri degli americani, nè di fronte a disastri ambientali, nè di fronte ai luoghi comuni che la TV ci propina, semplicemente mi isolo non consapevolmente, rimuovo senza rendermene conto. Per mia forma mentis sono particolarmente sensibile alle tragedie che colpiscono i bambini. Qualche giorno fa facendo zapping (e in 5 mesi di maternità ne ho fatto tanto) ho visto un documentario sui bambini sieropositivi in africa. C'erano queste creature non colpevoli e inconsapevoli ricoperti di mosche che non piangevano nè si lamentavano, avevano sguardi vitrei e rassegnati. Ho pianto io, ha pianto Giacomo che era in braccio e vedeva la sua mamma piangere... un casino. Questa sono io, ipersensibile, incazzosa, polemica, caotica, esplosiva... ma purtroppo non sempre si può fare entrrare dentro di sè l'altrui sofferenza senza generarne ancora. Se mi lascio investire di dolore so che ne soffrirebbero le persone che ho intorno. Credo che sia questo il meccanismo... non cinismo, autodifesa.
Per il ciccia e brufoli CINISMO: un giorno anche le pin up della TV si alzeranno con il culo grosso!!!!!!!!! e io avrò la mia vendetta!!!!!!

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