29/12/2002

Dormillouse (mt. 2908)

Sugli sci alla scoperta di una classica dell'alta Val Susa (valle di Thures).

Ieri Francesco mi ha messo in guardia: "Guarda che ci sarà una marea di gente, per non parlare delle motoslitte e degli eliski..." In effetti quando ho riagganciato il telefono ero abbastanza sconfortato: la prospettiva di trovarmi nel mezzo di una processione di scialpinisti è già abbastanza fastidiosa, ma l'idea degli elicotteri che svolazzano sopra la mia testa col loro carico di riccastri privi di etica oppure delle motoslitte sgasanti e rombanti è tale da farmi rinunciare alla meta.

Eppure la voglia di scoprire quell'angolino di val Susa da me ancora inesplorato è tanta, troppa. Così accetto la proposta di Davide Mainero, tiriamo dentro anche Davide Matteu e Daniele, che ci raggiunge a Sestrière. Scendiamo con le auto fino a Bousson ed imbocchiamo la stradina che porta fino a Thures e poi a Ruilles: quante auto parcheggiate lungo la strada! Ma d'altra parte se si fa una classica bisogna rassegnarsi ad una folla degna della fama della gita, quindi è inutile lamentarsi. E poi oggi ce la siamo presa comoda...sono quasi le dieci e la maggior parte della gente è già per strada. Speriamo almeno di non vedere gli elicotteri. Mentre mi infilo gli scarponi butto un occhio alle cime: il vento solleva un bel pennacchio e quindi l'eliski non pare per oggi praticabile: evviva!

L'ambiente in cui si svolge la salita è spettacolare, soprattutto le grange Chabaud, mezzo sepolte dalla neve ed ancora avvolte dalla luce azzurrognola del mattino. Io e Davide Mainero, gli sciatori, distanziamo presto i due tavolari e ci allontaniamo dalla traccia seguita dai più per avventurarci su da un boschetto: qualcuno è già passato e ci congratuliamo con il suo buon gusto; è un percorso veramente panoramico. Così panoramico che ci permette di vedere in lontananza una... motoslitta! Il teppista si avventura su dal pendio e a me non resta che invocare una valanga su di lui. Fortunatamente la montagna non ascolta le mie preghiere e la mia coscienza resta pulita. Il delinquente, da parte sua, sparisce alla svelta.

La processione che si snoda lunga la salita è lunga ed eterogenea: sciatori, tavolari, racchettari. Io e Davide ne mettiamo dietro un bel po' prima di arrivare in cima, dove tira un ventaccio tremendo. Le folate peggiori arrivano da nord-ovest. Così riusciamo a trovare un po' di riparo su quello sud-est e a prepararci abbastanza tranquillamente per la discesa. Ci saranno almeno una ventina di persone e l'atmosfera che si è creata è un po' da piola: tante risate, qualche rutto, batutte da caserma. Qualcuno è venuto su col cane: per gli amici a quattro zampe tutta questa neve e tutta questa gente sono una vera festa.

Abbiamo troppo freddo per aspettare i due eroi dai piedi galleggianti, così iniziamo la discesa. Li incontriamo poco sotto la cima, fa troppo freddo e ci diamo appuntamento al falsopiano che si stende un duecento metri più in basso.

La discesa è su neve abbastanza buona ma un po' pesante a causa della temperatura decisamente alta. Ci infiliamo in un boschetto ed il gioco diventa ancora più divertente: lo slalom tra i larici richiede prudenza, ma con neve abbondante è praticabile senza troppi rischi.

Dal ponticello di Ruilles alla macchina è una lunga sfacchinata tipo sci di fondo su neve marcia. Quando arrivo alla macchina sono sfinito.

Il ristoro però quest'oggi non mancherà. Tracannata avidamente la birra di rito in un pub presso Pattemouche ci dirigiamo a casa di Davide a Pragelato, dove papà e mamma Mainero ci hanno preparato una merenda sinoira in grande stile.

Rinfrancato dal pasto, ma anche un po' annebbiato dal vino, mi dirigo alla volta di Sauze d'Oulx dove mi aspettano Paolo e Cristina: domani è lunedì ma si scia ancora... gran cosa le vacanze...

PS: ho scoperto che dormillouse è il nomignolo locale della marmotta

lascia un commento>>

27/12/2002

Risiko

Il risiko è uno di classici tra i giochi da tavolo. Dopo la tombola ed il gioco dell'oca c'è il Risiko. Trovare una persona che non lo conosca è pressoché impossibile e tra quanti lo conoscono molti lo odiano e solo qualcuno lo ama.

E sì, perché una partita di Risiko può durare delle ore. Ore in cui si ha l'impressione che i dadi ce l'abbiano con voi per qualche misterioso motivo. Ore in cui sembra che gli stessi dadi siano al contrario molto più amichevoli nei confronti di qualcuno che vi sta attacando. Ore in cui se non si è nel vivo dell'azione, e questo capita molto spesso, ci si distrae, si viene colti da attacchi di sonnolenza, si fumano tante sigarette o si divorano dozzine di caramelle, dipende dal vostro vizio preferito.

Eppure ci si gioca. Ci sono dei fanatici che fanno addirittura dei tornei. Ma anche senza arrivare ai professionisti vi imbatterete in varianti locali del regolamento, elaborate e raffinate da ristrettissime cerchie di amici (già perché il Risiko è il classico gioco che si fa con i soliti). Ad esempio tra di noi si usa la regola del carro onu: quando si è rimasti con uno o due stati, in teoria non si avrebbe diritto ad alcun rinforzo aggiuntivo, noi invece lo concediamo. Oppure la regola Disca (dal cognome dell'amico a casa del quale si giocava la volta che l'abbiamo impiegata), in base alla quale prima della distribuzione delle carte degli obiettivi si tolgono dal mazzo quelli che comportano la distruzione di uno dei partecipanti al gioco.

Io a Risiko ci gioco. Non molto spesso, ma ci gioco. Qualche volta capita anche che vinca, ma è molto raro e quando succede mi sento addosso la vibrazione che si prova quando si realizza una grande impresa.

Ma il vero motivo per cui gioco è che vorrei riuscire a capire in che misura fortuna e strategia influenzino i risultati delle partite. A volte mi pare che ci sia, nell'ambito della stessa singola partita, il momento del culo ed il momento del cervello, e che questi due momenti si alternino. Altre volte penso che la stategia ha come unico scopo quello di limitare le mazzate della sorte. Quasi sempre penso che se quella sera i dadi ce l'hanno con te, hai chiuso. E penso anche che se non ti incazzi giocando a Risiko, beh, complimenti: hai un autocontrollo eccezionale.

lascia un commento>>

22/12/2002

Tre Chiosis (mt. 3080)

Al cospetto del Monviso 1300 mt di discesa interamente godibile... finalmente!

Solita levataccia alle 5.00. Ma stamattina le lenti a contatto non vogliono saperne di attaccarsi alla mia pupilla, chissà perché. Quando lo fanno, dopo 15 minuti di lotta, bruciano come il fuoco. Ottimo inizio. Ho solo più il tempo per preparare il thé e travasarlo nel thermos, niente colazione quest'oggi. Salto in macchina e filo a prendere Francesco. Arrivo da lui che non sono ancora le 6. Pure lui non è al meglio: accusa i postumi di una cena particolarmente pesante e ha dormito pochissimo.

Alle 7 siamo a Saluzzo per il gancio con Davide Matteu, Davide Mainero e Daniele. Pochi minuti e raggiungiamo casa di Giovanni: la squadra è al completo. Saliamo sulla sua mitica Picasso (quella macchina è comoda come un salotto) e schizziamo su per la val Varaita, accolti dai bagliori rosati di un alba spettacolare.

Alle 8.40 raggiungiamo Pontechianale e lasciamo le auto al parcheggio di fronte alla stradina che porta al rif. Savigliano, che raggiungiamo in pochi minuti. Da lì in poi, ci siamo solo noi sei ed il silenzio. Il gruppo ben presto si sgrana: Giovanni, Davide e Francesco in testa (ma cosa ci va per mettere k.o. Francesco?!), i due racchettari Davide e Daniele in coda ed io a fare da elastico tra i due gruppi.

La neve è compatta e lavorata dal vento ed in certi momenti le pelli stentano a tenere, lungo il resto della salita mi riprometto più volte di comprarmi i coltelli per la neve gelata. Nel frattempo il cielo si è chiuso, ma le nuvole sono alte e la visibilità rimane molto buona. Il vento però soffia con violenza e Davide e Daniele con le tavole in spalla vengono sballottati dalle folate più forti.

Il panorama intanto si apre: sono montagne che conosco poco, ma non ho difficoltà a riconoscere il Pelvo d'Elva, che quest'estate ci ha respinto (ah, ma torneremo!), la sella del Colle dell'Agnello, la Rocca Nera, di aspetto dolomitico, e soprattutto il Signore di queste montagne: il Viso, la cui sommità si perde tra densi nuvoloni.

Il mio mantra di quest'oggi è we'll meet again, brano che ho riscoperto di recente in un disco di Johnny Cash. Canticchiando mentalmente arrivo in cima che il gruppo di testa sta già mangiando. Con un vero colpo di fortuna il sole forza il blocco delle nuvole ed allieta la nostra sosta in vetta per una ventina di minuti: la vista sul Viso innevato ripaga completamente della fatica.

La discesa è splendida, la migliore per continuità tra quelle da me fin'ora scese. Durante la discesa cerco di applicare le cose insegnateci da Mario la settimana scorsa nella nostra prima lezione di discesa e le cadute non mancano. Tuttavia mi pare che ci siano dei progressi. Soprattutto Francesco, il cui stomaco continua a fare a botte con vino e wurstel, pare l'allievo più promettente. I tavolari filano giù che è un piacere, lasciando dietro di sé una traccia sinuosa e ben definita.

La temperatura, decisamente più alta di quanto era lecito aspettarsi, ha trasformato la neve in modo primaverile, questo ci aiuta particolarmente nella parte alta della discesa, ma in basso il manto è pesante e pappettoso. Sembra di essere ad aprile e quando arriviamo alla macchina il termometro segna 7°.

Soddisfatti e sorridenti rimettiamo sci e zaini in macchina e scendiamo dalla valle. Giunti a Rore facciamo una deviazione a salutare l'amico Marco, che ha da poco preso casa e ci accoglie in tenuta da imbianchino. Non ci mettiamo molto a convincerlo a venirsi a prendere una birra con noi a Sampeyre. Ci racconta della casa, degli amici della borgata, delle persone che conosce in valle: sembra che sia lassù da sempre. Sono molto felice di vederlo così. Mi domando se avrei il coraggio di fare delle scelte come le sue. Mentre torniamo a Torino continuo a pensarci ma non trovo risposta.

lascia un commento>>

19/12/2002

Lansdale e Cash

Johnny Cash è un vecchio leone di 76 anni. È vecchio e malato, ma questo non gli impedisce di continuare a registrare dischi. Già, perché Johnny Cash è una leggenda vivente del country e ha deciso di non mollare. Così l'uomo in nero, come è conosciuto da molti, ha fatto uscire un disco di cover in cui trasforma in ballate country canzoni originariamente molto diverse una dall'altra, spaziando dai Depeche Mode (grande la sua rilettura di personal jesus) ai Beatles, dai Nine Inch Nails a Paul Simon. La sua voce è roca ma ferma, gli arrangiamenti minimi: tanta chitarra acustica e pochi altri strumenti a fare da contorno. Insomma, un disco intenso, ma che è facile bollare come ripetitivo.

J R Lansdale è americano e scrive racconti. Io ho letto quasi tutti quelli contenuti nella raccolta Maneggiare con cura, edita da Fanucci. Lansdale è un autore 'di genere', ossia è specializzato a trattare materie tra l'horror, il grottesco ed il pulp. La violenza e la morte sono praticamente presenti in tutte le sue storie, anche le più soft. In quelle più hard invece vi imbatterete in situazioni simili a questa: cacciatore di taglie insegue sanguinario violentatore/assassino in epoca imprecisata in cui un contagio batteriologico fa ritornare i morti dalle tombe; oppure: giovani texani uccidono giovani ragazze per farsi a turno i loro cadaveri ormai freddi sul sedile posteriore dei loro furgoncini parcheggiati al drive-in.

Perché ho messo assieme un disco di Cash ed un libro di Lansdale? Forse perché il primo nelle sue canzoni continua a cercare Dio e la propria salvezza ed il secondo invece ci racconta un'america in cui di Dio (inteso qui come ultima barriera al definitivo degenerare dell'etica) non c'è più nemmeno l'ombra. Forse ci stanno tutti e due raccontando la stessa America, ignorante, sessista, violenta, pistolera.

O forse è solo un caso....

lascia un commento>>

16/12/2002

Le leggi di Murphy

Le raccolte di massime nascono per essere lette a spizzichi. Le puoi aprire a caso e leggerne una paginetta o due. La lettura in dosi più massicce, a me, procura fastidio e nausea, come tentare di mangiare un'intera scatola di cioccolatini.

Sono un articolo da regalo perfetto: chi regala una raccolta di massime sa di non costringere il destinatario ad una vera e propria lettura. È un gesto garbato e poco invadente nei confronti dell'altrui tempo libero. A chi lo riceve basta spizzicare di qua e di là per poter dimostrare di avere letto, e quindi apprezzato, il dono.

Longanesi pubblica da anni una serie fortunatissima: quella riguardante le "leggi di Murphy". Per i pochi che non lo sanno, la legge di Murphy è una teorizzazione della sfiga, il cui studio viene elevato dall'autore al rango di autentica disciplima filosofica. I risultati di questa displina, formulati in brevi aforismi, vengono adattati a tutti i rami dello scibile ed a tutte le possibili attività umane.

Poiché presumo che stiate leggendo queste righe di fronte ad un computer e che quindi facciate parte di quella disgraziata porzione di umanità che passa buona parte della propria vita lavorativa di fronte ad un monitor, vi riporto alcune delle leggi presenti nella sezione dal titolo Murfologia del computer e leggi di internet.

Se volete potete stamparle ed appendervele alla vostra postazione.

DEFINIZIONI DI MURPHY SUI COMPUTER

 

Ottava legge del programmatore:
È più facile modificare le esigenze in funzione del programma che viceversa

Lemma di Sullivan:
L'intelligenza artificiale non può battere la stupidità naturale

Assioma di Throop:
L'universo non è user-friendly

quest'ultimo è decisamente il mio preferito......

(Ultima trovata di Longanesi, trasformare la raccolta delle leggi di Murphy in una agenda annuale... la trasformazione della sfiga in business... geniale)

lascia un commento>>

11/12/2002

A grande richiesta...

Devo dire che la prima poesia dell'amico Guido ha riscosso un discreto successo. Ecco dunque una seconda produzione. Questa appartiene al filone delle poesie, credo, non d'amore, direi quasi delle poesie d'odio.

Mi piace molto. La trovo liberatoria. In essa ci sono dei concetti che ogni tanto qualcuno meriterebbe di sentirsi dire, ma per eccesso di bontà non diciamo.
È chiaramente rivolta ad una donna, ma se siete fanciulle e volete sentirvi ancora più partecipi, basta sostituire "la donna" con "l'uomo". E poi pensate a chi vi ha fatto disperare a tal punto e recitatela ad alta voce. Lo so che le poesie non sono fatte per essere personalizzate, ma secondo me l'autore non si offenderà, perché sa di aver toccato un argomento "universale".

 

TU

se tu fossi un puffo
tu saresti il puffo stronzo
se tu fossi un barbapapà
tu saresti barbamerda
se tu fossi un supereroe
tu saresti la donna muco
se tu fossi un pokemon
tu saresti un pokemon qualsiasi
tanto fanno schifo uguale

ma poi a conti fatti
-e concludo-
tu sei tu e solamente tu
gli orpelli lasciamoli a poeti e poetesse da fiera letteraria.

P.S.

se tu fossi il sole
cazzo che freddo.

lascia un commento>>

9/12/2002

Mont Blegier (mt. 2585)

Tempo avverso ed incontri inaspettati nella terza scialpinistica della stagione.

Il meteo di venerdì non è dei peggiori, per la giornata di sabato recita: "Abbastanza o in parte soleggiato su media e alta Valle d'Aosta (specie vallate occidentali), alto Piemonte e zone più interne delle valli torinesi..."

Sabato, ore 5.30: il mio telefonino suona la cavalcata delle valchirie. Nell'altra stanza sento Luca (il dottore) borbottare cose irripetibili. Due minuti più tardi siamo al tavolo della cucina: io, Luca e Davide, che da perfetto anfitrione ci ha messo a disposizione i letti per la notte ed ora la colazione. Guardo fuori: buio pesto. Impossibile capire le condizioni del tempo.

Ci raggiungono Luca (il veterinario) e Davide. Partiamo diretti a Pragelato, in val Chisone. Le prime luci del giorno rivelano un cielo grigio, ingombro di nuvoloni minacciosi. Pazienza: indietro non si torna.

Lasciamo le auto nel parcheggio del campeggio pochi chilometri prima dell'abitato di Ruà e partiamo. Io, Davide Mainero e Luca (il veterinario) saliamo sci ai piedi, Luca (il dottore) e Davide Matteu con le racchette da neve e gli snowboard in spalla. Abbiamo appena superato il caseggiato di Grand Puy (mt. 1831) quando incomincia a nevicare. Ogni tanto mi fermo ad ammirare la struttura dei cristalli di neve che rimangono intrappolati nella lanugine del mio maglione nero.

Chi avanza da primo fatica il doppio, la neve fresca caduta nelle ultime ora è davvero tanta. Gli sci affondano di buoni dieci centimetri ad ogni passo e per Luca e Davide, che calzano le racchette, la fatica è ancora maggiore.

Dopo un paio d'ore di salita l'altimetro ci dice che mancano 200 mt alla cima ma la visibilità è così bassa che non è possibile trovare riscontri di alcun tipo. Solo la fatica conferma il dato altimetrico. Un gruppo di scialpinisti ci raggiunge e ci supera. Si scambia qualche battuta, ci ringraziano per la traccia lasciata fino a quel punto e proseguono, scomparendo presto nella nebbia. Mi consulto con Davide: fa il caso di proseguire? Decidiamo di andare avanti ancora un po'. La cima non può essere lontana. Venti passi dopo siamo in vetta. Incredibile. Eravamo praticamente arrivati senza neppure accorgercene.

Il the caldo del mio thermos è di grande conforto psichico e fisico. Tolgo e ripiego le pelli col vento che minaccia di strapparmele di mano mentre la neve, sparata dal vento a tutta forza, mi sferza la faccia, facendomi lacrimare. Stringo gli scarponi per la discesa. E' un'azione che va eseguita a mani nude: le moffole sono calde ma impediscono ogni gesto di precisione. Tra un'operazione e l'altra mi devo reinfilare i guanti e lasciare che le mani recuperino sensibilità. Luca, al suo esordio, è visibilmente affaticato.

Iniziamo a scendere senza difficoltà. Solo Luca è in crisi: è stanco e manca di tecnica. Per rialzarsi dalle frequenti cadute brucia le ultime forze che gli sono rimaste..

Improvvisamente mi trovo tra i piedi qualcosa di marrone. Un pietra? Macché. Una lepre, che aveva trovato rifugio sotto la neve, mi scappa letteralmente da sotto gli sci. Non credo di averle fatto male, povera bestiola. So già che racconterò questo episodio centinaia di volte, negli anni a venire. In un ambiente sepolto dalla neve e spazzato dal vento l'incontro con qualcosa di vivo è un evento veramente emozionante.

Luca intanto abbandona. Rinuncia alla discesa in snowboard e si rimette le racchette. Io resterò con lui mentre gli altri scendono, recuperano le auto e salgono fino a Grand Puy a prendere me e Luca. Spero che Luca trovi le forze per arrivare fino a Grand Puy. Io scendo con gli sci facendo lunghe pause, non lo lascio mai di vista. Sento i rintocchi della campana della chiesa di Gran Puy, siamo vicini ed, infatti, in dieci minuti raggiungiamo la strada che collega l'abitato alla statale.

Passano dieci minuti al massimo e Davide ci recupera: ci fiondiamo al primo bar per la birra di rito. Luca si consola con una cioccolata calda.

Lungo la strada del ritorno, dietro una curva, c'è il secondo incontro inaspettato della giornata: un cervo. Ci guarda per qualche secondo, poi scappa giù dalla riva. Siamo increduli. Non credevo che la Val Chisone in un solo giorno potesse darci tanto.

lascia un commento>>

4/12/2002

10 scoperte sul servizio civile

Le 10 cose che ho scoperto facendo il servizio civile (10 mesi in una palestra di Settimo torinese, anno 2000)

  1. Alcuni bambini sono dei vandali
  2. Facendo le pulizie negli spogliatoi di una palestra si trovano principalmente capelli e peli
  3. Il basket è uno sport divertente, ma riservato ai giganti
  4. So risolvere le parole crociate senza schema
  5. In una bella giornata d'autunno spazzare le foglie secche in un cortile ascoltando la musica con il walkman non è niente male
  6. In una rovente giornata d'estate spazzare le cicche in un cortile ascoltando la musica con il walkman è un discreto inferno
  7. È possibile guardare l'orologio più di 350 volte in un giorno
  8. I genitori dei figli problematici sono dei genitori problematici
  9. Una buona bestemmia urlata a pieni polmoni è adatta ad esprimere il proprio fastidio con una certa efficacia
  10. Il servizio civile è bello solo quando finisce

L'anno 2000 è stato il peggior anno di tutta la mia vita, ma non solo perché ho fatto il servizio civile. Altri ci hanno messo del buono per renderlo tale, ma io non serbo rancore e magari in futuro ne riparliamo.

6/12/2002: rileggendo a distanza di due gg. queste note mi rendo conto che talvolta so essere davvero lapidario. Non è colpa mia, è che sto leggendo degli scrittori minimalisti e mi sono lasciato contagiare... non sono io che sono cattivo, è la società.... ;-)

lascia un commento>>

2/12/2002

La prima volta fa sempre male

E così alla fine ho ceduto. E mi sono messo ai piedi uno snowboard. Gli amici insistevano da anni, mio fratello da ancora di più: "eddai, prova!", "guarda che è fighissimo", "facile", "meglio degli sci"...

Così per una domenica lascio da parte sci ed inerzia. Rinuncio alle levataccia che impongono le gite di scialpinismo, rinuncio alla sfacchinata della salita sci ai piedi, rinuncio alla lontananza dalla folla. All'alzata antelucana rinuncio volentieri, ma la sfacchinata mi manca davvero: è il momento in cui i pensieri volano liberi, accompagnati dal sibilo delle pelli sulla neve. Della gente invece farei veramente a meno, decido però di accantonare la mia consueta misantropia: sciare in pista è una festa, quindi essere in tanti fa parte del gioco.

Siamo al Monginevro, compagnia ottima, bella neve, giornata fredda ma soleggiata. Mio fratello mi ha prestato la tavola. Affitto gli scarponi (5 euro) in un negozio vicino alle piste. Ma l'inizio della giornata non è dei più incoraggianti: per salire alla parte alta degli impianti ci dobbiamo sorbire una lunga coda alla cabinovia. Tra una cosa e l'altra il mio battesimo avviene che è quasi l'una.

Prima impressione: credevo che fosse più difficile. Contrariamente a quanto temevo, riesco quasi subito a restare in equilibrio. Bene bene. La sensazione di avere i piedi vincolati l'uno all'altro è per me del tutto nuova, ma mi abituo alla svelta.

Seconda impressione: "Questo maledetto affare non ne vuole sapere di andare dove voglio!"

I due Davidi si alternano a darmi dritte, che apprezzo molto. Ma poco per volta la stanchezza prende il sopravvento. Le cadute sono continue e rovinose, decisamente più dannose per polsi e schiena rispetto a quelle dagli sci.

Alle quattro getto la spugna e torno alla macchina. Sono fradicio, la neve mi si è infilata dappertutto. Il mio corpo è un coro di piccoli dolori: alla gamba destra risponde il polso sinistro, al ginocchio sinistro la spalla destra. La melodia che ne risulta è decisamente poco attraente. Mi consolo con un caffé extra zucchero. Ma la caffeina non basta. Durante la strada del ritorno sul sedile posteriore della macchina di Davide dormo come un bambino.

Dormo e sogno: un paradiso di imbottiture, vasche di acqua calda, tubi di lasonil da 3 chili.

lascia un commento>>