
22/11/2006
L'agonia del pappagallo
Ho perso. La sfida è persa. Il teorema del pappagallo mi ha distrutto
Mi ha prima attirato. Mettendosi bene in mostra sotto i miei occhi ogni volta che entravo in una libreria. Un superclassico dunque. Non solo: ha insistito in questa sua opera di esibizionismo comparendo e salutandomi dagli scaffali delle librerie di casa di alcuni amici. Passo finale: ne scopro una copia in casa. Claudia l'aveva comprata oppure gliel'avevano regalata tempo fa. Le chiedo che ne pensa: non è mai andata oltre le prime cento pagine. Hmmm.
Ok. Decido di provarci. Attacco il malloppo. Mhh, figo, la matematica e la geometria come chiavi da decifrare per risolvere l'enigma di un delitto. Un pappagallo rapito. Una strana famiglia senza padre. Ma poco per volta la storia della matematica si fa più difficle, le mie basi più lacunose. Arranco. La trama si svilupa lentamente e le biografie dei matematici mi annoiano. Interrompo sempre più spesso. Per giorni interi il libro resta chiuso sul comodino. Poi ci riprovo. Niente da fare. Ieri sera ho deciso: lascio perdere. Ho anche tolto il segnalibro. In futuro magari ci riproverò.
In questi casi non so mai se sono io oppure se è il libro. Più probabilmente un po' tutte due le cose. Eppure i requisiti c'erano.
Così adesso mi trovo nel vuoto tra due libri e magari me lo godo per un po'. Anche perché ero tentato dalle bio di Gauss e von Humboldt di Daniel Kelmann, ma a questo punto rischio veramente di andarmela a cercare.
Ovvio che i vostri consigli sono i benvenuti.
Commenti
FF (11/29/2006)
Titolo: Il signore della fattoria
Autore: Egolf Tristan
Andrea (12/6/2006)
FF smetti di consigliare questo libro tremendo...Oppure vuoi fare del male a Paolo?
A parte gli scherzi è un gran libro, che prospetta orizzonti di vita illimitati e trasuda speranza speranza speranza per un futuro migliore...
ciao
10/11/2006
Cena al buio
A me la definizione di diversamente abili è sempre stata un po' sulle palle. E' un po' come quando si sente dire operatore ecologico per definire uno spazzino oppure persona di colore per nero (o negro).
Non è inventando giri di parole che migliori la situazione di una persona: è il tono che fa la differenza, è il rispetto che si porta quando lo si dice, insomma. Ma non è di questo che voglio parlare.
La diversa abilità non è solo una graziosa circonlocuzione per definire quello che per gli standard di una persona nella media è un handicap. Me ne sono accorto ieri sera, quando ho partecipato ad una cena al buio organizzata dall U.N.I.V.o.C. (unione nazionale italiana volontari prociechi).
Una cena al buio è una cena a luci spente, nel buio più asssoluto. I ciechi ti servono al tavolo, dopo averti accompagnato nell'oscurità più totale a trovare il tuo posto. Dopo di ché ci saranno solo loro ad aiutarti ed eventualmente a portarti fuori dalla sala, nel caso ti venisse un attaccco di panico.
Aguzzo i sensi al massimo per capire cosa ho nel piatto, mentre intorno a me gli altri commensali urlano (non potendo rivolgere lo sguardo non capisci mai se il tuo inerlocutore vuole proseguire la conversazione, così viene istintivo alzare il tono di voce per ribadire che il discorso prosegue). Le dita ti aiutano a capire se hai finito oppure se nel tuo piatto c'è ancora qualche cosa. Ti aiutano anche a capire se stai riempiendo il bicchiere a dismisura. I ragazzi ciechi ci hanno invitato a non usarle, ma penso che mi sarei ricoperto di cibo se non l'avessi fatto. Già ho rischiato di fare un bagno nel vino quando, quasi a fine cena, rovescio il mio bicchiere, per fortuna quasi vuoto.
Dopo il dolce vengono accese le luci. Ci guardiamo l'un l'altro sbattendo le palpebre ed aggrottando la fronte. Dopo due ore di oscurità assoluta tutta quella luce è un trauma. Ci alziamo ed andiamo alla cassa. Noi vediamo di nuovo e riacquistiamo il nostro vantaggio sui ciechi, che fino a poco prima erano i soli in grado di nutrirci, aiutarci e farci coraggio in questo intelligente esperimento.
Ora ho capito che cosa è la diversa abilità nel caso dei ciechi: muoversi al buio senza problemi, mentre noi luce-dipendenti in quell'ambiente prenderemmo botte da tutte le parti. La diversa abilità ora per me non è più un eufemismo per l'handicap.
Un grazie particolare a Marina per la cortesia e la simpatia.
L' U.N.I.V.o.C. a Mestre è in Viale S.Marco 15/R (tel 347 8269286) e ricerca volontari seri ed affidabili per i servizi di accompagnamento.Commenti
Scritch (11/28/2006)
A marzo uscirà nelle sale un film italiano sul tema: "rosso come il cielo". Ho visto ieri l'anteprima ad un festival, merita! Narra la storia vera di un bambino rimasto cieco e poi diventato uno dei + bravi montatori del suono del cinema italiano.
Andrea (12/6/2006)
L'anno scorso a Torino c'era una bella iniziativa temporanea (ma a Milano è permanente): dialogo nel buio.
E per chi come me è soprattuttoun voyeur ,l'esperienza è stata dapprima paura, timore, ma poi è diventata libertà accompagnata ad una piacevole sensazione di "sentire", difficile da esprimere per i miei poco capienti mezzi di scrittura.
http://www.dialogo-nel-buio.it/it/dialogo/index.html
6/11/2006
Tre Cime di Lavaredo
Certe località montane non sono differenti dalle città d'arte. Vengono prese d'assalto da tali orde di visitatori che vederle con un po' di tranquillità è praticamente impossibile. In questo modo gran parte della magia che potrebbero trasmettere evapora a causa del casino, del vociare, delle urla, del rombo dei motori.
Per fortuna, diversamente dalle città d'arte, le montagne conoscono un periodo dell'anno in cui tutto questo viene meno: l'autunno. Il freddo comincia a farsi pungente, le giornate si accorciano, la maggior parte dei rifugi chiude, anche molti alberghi chiudono i battenti in attesa dell'arrivo della neve e della riapertura degli impianti.
Durante questo fine settimana abbiamo approfittato delle condizioni meteo tipiche dell'autunno inoltrato: assenza di neve, sole limpido e freddo praticamente invernale (minima a -6 gradi) e siami andati a vedere uno dei panorami alpini più richiesti delle Dolomiti. In effetti la vista sulle Tre cime di lavaredo penso che che attiri un numero di visitatori pari a quello del Cervino e del Monte Bianco. Sottolineo la parola visitatori: analogamente ai due colleghi delle alpi occidentali anche qui l'arrivo dei turisti è facilitato dall presenza di una stradona asfaltata con tanto di servizio navetta che porta fino al Rifugio Auronzo.
Non occorre essere alpinisti per salire alla Forcella di Mezzo ed affacciarsi sullo spettacolo offerto dal versante nord di questi pinnacoli di calcare. Scalarli è tutto un altro discorso, ovviamente. Ma stare lì sotto con la faccia inebetita dallo stupore a guardare verso l'alto è una cosa fattibile senza problemi.
Tutta la zona è concepita con lo scopo di favorore l'accoglienza di folle di visitatori: alberghetti e ristoranti abbondano, ampi spazi per parcheggiare si trovano all'inizio della strada di accesso al rifugio auronzo, che è sbarrata da un grosso divieto. Per accedere al rifugio occore prendere la navetta che in questo periodo però non effettua servizio. Insomma c'è un po' una sensazione da luna park dismesso, da stazione balneare durante l'inverno: si percepisce che qui l'afflusso di auto deve essere tale da creare degli ingorghi notevoli lungo la strada che giunge da Cortina attraverso il passo Tre croci oppure da Auronzo. Ma per fortuna tutto questo per noi oggi è solo un sospetto, un fantasma che col clima di oggi non può farci paura.
Così lasciamo la macchina poco dopo il casello (la strada durante la stagione estiva è a pagamento) e ci incamminiamo nel freddo pungente su verso il Colle di mezzo. Siamo partiti da Venezia troppo tardi per tentare l'intero giro delle cime, pazienza, decidiamo di accontentarmi di una sbirciatina alla nord. Per arrivarci occorre risalire il versante sud ed aggirare la cima ovest e le sue sorelline più piccole. La vista dal versante di salita è carina, ma nulla più. Si procede cosi a ridosso delle cime che quasi non se ne vede la cima. La sorpresa si ha dopo aver scavallato il colle, quando la nord fa la sua comparsa teatrale.
Ci fermiamo il tempo necessario a scatare qualche foto in un vento gelido e scappiamo verso la macchina con addosso la senzazione di avere colto un attimo unico nella stagione.
Il giorno dopo il cielo è velato e tira un bel vento gelido già al parcheggio di Misurina. Rialsiamo il versante opposto, quello, per capirci, di fronte al versante sud delle Cime, camminando lungo il traccaito di uno skilift che la mia guida indica come abbandonato. Il freddo punge e Claudia trova rifugio nella vecchia capannina di legno a monte dell'impianto mentre io corro fino al (nome benaugurante) Col de la Neve. Provo ad immaginarmelo innevato abbondantemente. Una discesa da sogno, inclinata al punto giusto. Sospiro nel freddo. Mentre trottiamo verso Misurina e mi ricordo che devo comprare la colla per le pelli.