31/1/2007

Do it yourself

Ovvero, la gioia di fare piccole cosette che di solito faremmo fare a un tecnico.

Dopo la gita con gli sci di sabato scorso il fondo delle mie vetuste assi era messo male. In un tratto finale scendendo lungo la stradina innevata che portava verso il parcheggio avevo preso un bel pietrone mentre frenavo a spazzaneve, risultato: un bel buco lungo quasi venti centimetri che nella parte più profonda arrivava al legno dello sci dopo aver solcato interamente la soletta.

Di solito mi sarei rassegnato a tenerli così, in attesa di portarli più avanti a fare fondo, lamine e scilinatura in qualche negozio; ma già mentre ero in macchina che tornavo a casa mi è venuto in mente che Guido, ai tempi in cui era uno snowboarder piuttosto incallito, aveva una plastichetta da sciogliere nei buchi sul fondo della tavola per ripararla. Gli telefono e lui conferma. Figo! Allora domenica sera si gioca a fare gli ski-men. D'accordo.

Domenica sera Guido non solo tira fuori il rotolo di plastichetta (credo si chiami p-tex) ma è anche munito di un cannello a gas che è molto più pratico di un accendino. L'attrezzatura c'è, ora improvvisiamo la tecnica. Capovolgiamo lo sci e lo appoggiamo tra lo schienale del divano ed il tavolo. Poi ci mettiamo al lavoro chini sul malato. Coliamo abbondante materiale nella crepa dopodiché lasciamo raffreddare. Dopo, con la lametta di un cutter (ed aver messo i guanti da lavoro, la sicurezza innanzitutto!) iniziamo a tirare via il sovrappiù.

Il risultato mi pare molto buono, alla prossima sciata lo proverò sulla neve, ma già a vedersi siamo molto soddisfatti del risultato. Dopo l'esperienza della ricollatura delle pelli (lì ho tirato dentro Claudia a farmi da assistente) questa è la seconda volta che metto personalmente mano all'attrezzatura da sci. E la sensazione è la stessa di quando ripari la bicicletta, aggiusti un mobile, una porta, un qualcosa. È la gioia dell'autoconsumo: probabilmente un tecnico specializzate avrebbe fatto meglio ed in minor tempo, ma la soddisfazione di aver fatto con le mani qualcosa che non sia il solito picchettare sui tasti del computer, beh, quella mi ripaga di tutte le imperfezioni.

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24/1/2007

La gang del bosco (Over the Hedge)

Anche questa settimana ho iniziato le peregrinazioni milanesi piazzandomi da Nino e Margherita. Dopo cena e chiacchiere varie ci siamo messi a spulciare i dvx ed ecco che ti salta fuori La gang del bosco, cartone dreamworks della scorsa stagione.

Chi mi conosce sa che a me i cartoni piacciono, sono un bambinone, lo so. La gang del bosco secondo me è adatto proprio a chi i cartoni li ama. Non c'è nulla di rivoluzionario nella trama (la città avanza ai danni del bosco e gli animaletti che lo abitano decidono di adattarsi alla nuova situazione) e nella morale (meglio stare in comunità ed avere amici veri piuttosto che vivere da individualisti). Ma i personaggi sono simpatici, anche i cattivi sono simpatici, abbondano azione e gag comiche. Un'oretta e mezza veramente simpatica.

ps: è stata la seconda scelta dopo aver sopportato i primi venti minuti di happy feet, che ci hanno ucciso

 

www.overthehedgemovie.com/main.html

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22/1/2007

Cannabis rock

Negli anni settanta io ero un marmocchietto di neanche sette anni, forse mi arrampicavo su qualche pianta nel bosco dietro casa su a S.Martino (Castiglione torinese). Mai e poi mai, se mi avessero detto tu arrampicherai, io ci avrei creduto. Sono sempre stato un po' fifone ed inoltre non mi sono mai sentito a mio agio anche solo ad affacciarmi da un balcone al quinto piano, figuriamoci da una parete.

Poi gli anni passano e si fanno tante cose, alcune più furbe ed altre meno, e tra queste c'è anche l'arrampicata. Se mio padre stesse leggendo, giunto qui direbbe: ecco quella dell'arrampicata è sicuramente una delle meno furbe. Ovviamente io la penso diversamente: se no a cosa servirebbero i figli? Se non a contraddire un po' i genitori, ad insegnare loro a rivedere i propri giudizi?

Facciamo un dovuto inciso: io ad arrampicare non sono un granché. Rimango un discreto fifone (la denominazione di topi cagotti che nel nostro gruppo ci siamo dati da soli calza molto bene) e se non esistessero gli spit io sarei uno che sale al massimo sul terzo grado. Invece esistono le vie spittate: così mi spingo quasi fino al sesto. Ed il sesto, anzi, è il mio sogno: quando andrò tranquillo su dal sesto io mi sentirò a posto. D'altra parte dedico così poco tempo a questa attività che è molto probabile che io al sesto non ci arriverò mai. Nulla di grave. Si vive uguale.

Ma perché sta cosa di arrampicare mi ha preso così? I motivi sono tanti e mescolati uno con l'altro.

Innanzitutto gli amici: sto bene con le persone con cui vado ad arrampicare. Mi fanno sentire bene. Con loro si parla anche d'altro, sia chiaro, molto spesso anche durante una salita. Ci vediamo spesso anche al di fuori dalle montagne o dalle pareti. Eppure il fatto di essersi legati assieme un po' di volte, crea un legame speciale.

Secondo. L'arrampicata consente di superare una paura logica e razionalmente radicata nell'uomo, quella del vuoto, quella di cadere. E ti permette di fare questo nel modo più naturale: salendo piano piano fino ad un'altezza da cui una caduta sarebbe pericolosa, se non letale. Come capita anche per altre paure, annegare ad esempio, il suo superamento dona una bella sensazione di forza, che se non degenera in onnipotenza può anche essere molto istruttiva.

Terza viene la tecnica. L'arrampicata ti permette di impare a muovere il tuo corpo in modo diverso. Costringe il corpo a far interagire alla grande braccia e gambe: le prime senza la spinta dal basso delle seconde cederebbo presto spossate dalla fatica. Le seconde senza l'equilibro garantito dalle prime non saprebbero dove indirizzare la loro spinta. Se ci si applica in tal senso l'arrampicata può anche insegnare a respirare.

Ma torniamo a quegli anni Settanta di cui si diceva all'inizio. C'era poco da scherzare allora, a quanto raccontano i vecchi. Le scuole di alpinismo con i loro formalismi odoravano di Disciplina con la d grossa, di militarismo, di gerarchia. In montagna si va per la cima: la strada della sua conquista sia costellata di sofferenza.

Poi sorse il sole e fu il Nuovo mattino. Il modo migliore per capire che cosa accadde è guardare l'oretta scarsa di Cannabis rock (regia di Franco Fornaris, Fandango home entertainment). Questo documentario che racconta come un gruppetto di giovinastri capelloni gettò le basi di quello che sarà poi la nostra arrampicata. Sul fatto che in gran parte il loro messaggio sia stato frainteso e tradito non è qui che mi voglio soffermare (ammesso che io ne sia in grado). Quello che qui voglio affrontare è l'emozione che mi ha dato la loro storia, raccontata oggi, da persone (più o meno) mature.

È bello sentirsi raccontare quello che si sperava di sentirsi dire: che erano liberi, strafottenti, coraggiosi. Prendevano rischi, pure troppi, ma erano bravi a scalare, più bravi di tutti gli altri. Viene voglia di sedersi ai piedi della falesia con i tanti di loro che per fortuna sono ancora in vita (anche se i nomi ed il mito di quelli che non ci sono più aleggiano su tutto il filmato), stappare la bottiglia di rosso, tagliare un salame (magari rollarsi una canna) e farsi raccontare tutti gli episodi, i rischi presi, le imprese portate a termine e quelle solamente sognate.

Immagino cosa deve essere stato quel paio d'annate in cui questa brigata di cavalieri straccioni in scarpette e fascetta tra i capelli fluenti inventò in valle dell'Orco (già il nome è degno del Signore degli anelli) la sua California. Identificò il suo Capitan e lo ribattezzò Caporal. Poi lo esplorò, aprendo vie che ancora adesso sono da brivido. (Per me sono inattaccabili, posso limitarmi a guardarle dal basso ed intuirne le linee.) Il tutto tra bevute, litigate su chi deve andare da primo, numeri da far venire la pelle d'oca.

Un racconto bello ed emozionante.

Un Grazie speciale a Francesco per aver scovato ed avermi regalato questa chicca.

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18/1/2007

Diritto di parola

Sempre curioso questo nostro Paese. Molto pittoresco, come recitava una gag di Enrico Montesano di tanti anni fa .

Ci preoccupiamo del diritto di parola di chi ha già abitualmente fin troppo spazio per esprimerla piuttosto che di quelli che non hanno mai una tribuna per parlare ed esprimere le loro idee.

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17/1/2007

Paolo e Scritch in mondovisione

"Mollo tutto e parto!" Non so se anche voi avete rivolto questa minaccia al mondo qualche volta nella vita. Di solito lo si fa perché esasperati da qualcosa che rompe le palle: genitori, fidanzati, lavoro. Oppure quando la vita è così monotona da risultare insopportabile.

Altrettanto spesso però la minaccia rimane tale: è troppo dura da mettere in atto, occorrono troppe risorse per realizzarla. Tutto questo per il 99,9% di chi la fa. Ma per fortuna esiste lo 0,1.

Pablo e Scritch mollano tutto e partono. E ci coinvolgono attraverso le pagine del loro blog www.mondovisione.eu, dove potremo seguire i loro spostamenti, partecipare delle loro scoperte, incoraggiarli nei momenti difficili e soprattutto ascoltare dalla viva voce dei due protagonisti come si fa a mollare tutto e partire.

In attesa del giorno della partenza (22 gennaio) potete incrociare questi due avventurieri per le strade di Torino e far loro i complimenti e gli inboccaallupo di rito.

Allez ragazzi, siamo con voi! :-)

Commenti

Pablo&Scritch (1/19/2007)

Grande Pahula!!!
Grazie per l'incoraggiamento.
sei il nostro blogger preferito!

E chi lo sa magari tra qualche mese ci si vede sulle vette dell'Himalaya! ;-)

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16/1/2007

Super Attak

Stamattina mi sono messo in testa di riattaccare il pezzetto di plastica anti-scivolo che c'è sul dorso dello scafo del mio telefonino. Si è staccato qualche tempo fa ed io, per non perderlo, l'ho infilato nel portamonete, così capita spesso che quando prendo il resto oppure pago il giornale, me lo trovo in mano.

Stamattina ho visto il super attak ed ho deciso di mettere a tutto a posto. Ho messo una goccia di colla sul dorso del cellulare, poi con una mossa da orefice (il pezzo antiscivolo è grande non più di 1/2 centimetro) ci ho schiacciato sopra il pezzetto di plastica.

Dopo circa 10 secondi ho alzato il dito. Il pezzetto ovviamente non ha voluto saperne di attaccarsi al dorso del telefono. Ma in compenso i miei polpastrelli sono cotti e non ho più le impronte digitali.

Inoltre qui a venezia c'è nebbia ed i vaporetti fanno le corse limitate ed io, che devo andare a prendere il treno per Milano, dovrò attraversami tutta la città a piedi, cosa che di solito mi lascerebbe indifferente, ma sono due giorni che ho un'infiammazione a qualcosa dentro il piede che mi fa un bel po' male quando cammino.

Insomma tutto ok. Proprio tutto ok.

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10/1/2007

Anno nuovo, vita nuova

Corro da una parte all'altra della penisola lungo l'asse est ovest. Intanto leggo sul giornale che Steve Jobs vuole lanciare un telefonino tipo I-pod. Per coerenza col celebre lettore mp3 autoreferenziale non potrà chiamare altri telefoni se non previa insatallazione su di essi di un apposito software ;-)

Su dai, non prendetevela... si scherza... vi dico qualcosa di più serio. Ho installato openoffice sul portatile. Nei prossimi giorni cercherò di testarlo e poi vi racconterò vizi e virtù della più nota suite per ufficio free e open source.

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